Su Semprini-conduttore (e Bignardi-direttore) piovono le pietre perché la terza puntata di Politics è finita sotto il 3%. Per non dire delle rimostranze, invero un po’ da azzeccagarbugli, che un tribunale ha avallato circa problemi formali rilevati nella procedura di scelta e assunzione del giornalista preso da Sky (sicché il sindacato degli interni ha adito – come s’usa dire – le vie legali).

Detto questo, noi che di Politics abbiamo avuto occasione di vedere solo la prima puntata, quella della “buca” di Di Maio, e parte della seconda, che per compenso traboccava di stelle, ci siamo precipitati sui numeri per verificare, essenzialmente, quale pubblico non ha Semprini che invece Giannini possedeva. E la risposta è semplicissima: a Semprini e a Politics voltano le spalle in modo massiccio gli spettatori più anziani. Basti osservare che guardando alla media degli spettatori conseguita dalle prime tre puntate di settembre, a Politics mancano 300mila spettatori (un quarto di quelli che aveva Ballarò nei corrispondenti martedì del 2015).

Di quei 300mila, ben 250mila, cioè i cinque sesti, la quasi totalità, sono uomini e donne oltre i sessantacinque anni. Nelle altre fasce di età Politics, rispetto a Ballarò, talvolta perde, talaltra prevale. Così anche guardando ad altri indici, come i titoli di studio, dove flette fra i diplomati e sale fra i laureati. Ma si tratta di inezie rispetto alla faglia generazionale fra sopra e sotto i sessantacinque anni.

Detto questo, è chiaro che Politics ha davanti a sé un bivio: a) continuare per la sua strada, identificandosi come il “non talk show” rapido di lingua e struttura, ma dovrà in questo caso acconciarsi a non competere per avere platee sostanzialmente più ampie di quelle finora conseguite. Potrebbe essere una scelta sensata in sé e per sé, per offrire un servizio più di informazione che di intrattenimento. Ma sarebbe contraddittoria col contesto della Terza Rete, almeno finché questa continuerà comunque a puntare (come ci dice la più gran parte dei suoi programmi) al pubblico generalista, e a contribuire per la sua parte, ancorché minoritaria, ai ricavi pubblicitari oggi confusamente essenziali per l’azienda audiovisiva pubblica; b) cercare l’aggancio con il pubblico anziano per rimpolpare gli ascolti, tanto più che sono proprio gli anziani che, da sempre, forniscono il grosso dei riscontri ad ogni tipo di programma serale. Il punto è: come?
Magari facendo, anche, le pulci ai talk show altrui, e cioè sottoponendo a un documentato fact checking il blob delle eventuali castronerie che, con l’alibi del pluralismo, viaggiano in video sostanzialmente indisturbate. Non essere “come gli altri”, ma conquistare comunque un rilievo per il pubblico degli altri, sfruttando, come fanno i ciclisti, la scia degli altri per restare agganciati al gruppo di testa. Materia non ne mancherebbe, anche se un gesto così aggressivo esporrebbe il malcapitato Semprini a potenti bordate di risposta. Ma almeno così starebbe nel gioco, anziché in un cantuccio a lato.