Nel giorno un cui il ddl per la riforma penale arriva nell’aula del Senato – il testo prevede tra l’altro lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado – da Napoli arriva la richiesta del sostituto procuratore generale di Napoli, Simona Di Monte, che ai giudici della corte d’Appello di Napoli sia confermata la responsabilità di Silvio Berlusconi ma contestualmente dichiarata la prescrizione anche nei confronti del coimputato Valter Lavitola, ex diretto de L’Avanti.

Cuore del processo per la presunta compravendita di senatori che avrebbe determinato la caduta del governo Prodi. La richiesta è stata formulata dal pg al termine di una requisitoria durata circa tre ore. In primo grado Berlusconi e Lavitola furono condannati a tre anni per corruzione. I fatti contestati si riferiscono ad un arco di tempo che va dal 2006 al 2008. Il processo, davanti alla seconda sezione della Corte di appello di Napoli, riprenderà il 18 ottobre.

Poco meno di un anno fa i giudici di primo grado depositarono le motivazioni di primo grado in cui motivarono la condanna scrivendo che il “ricchissimo Berlusconi pagò con disprezzo”. Nelle 157 pagine i magistrati scrissero che “la compravendita dei senatori, ideata e realizzata allo scopo di far cadere il governo Prodi, rappresenta un tipico esempio di corruzione. Non intesa in senso generico come categoria morale, bensì una precisa infrazione al codice penale che nulla ha a che fare con la libertà di scelta riconosciuta a ogni parlamentare. E non vi è dubbio che i tre milioni di euro versati all’ex senatore Sergio De Gregorio, eletto nell’Idv (che ha patteggiato la pena, ndr), per indurlo tra il 2007 e il 2008, a trasmigrare nelle fila del centrodestra, provenissero da Silvio Berlusconi”.

La presunta compravendita dei senatori “in qualche modo – si leggeva nella sentenza – dimostra lo sprezzo con cui il ricchissimo Berlusconi poté affrontare quei pagamenti corruttivi senza doverne avvertire minimamente il peso“. Lavitola – condannato in altri processi è detenuto ai domiciliari dallo scorso marzo – veniva descritto come la mente e “ispiratore” della Operazione liberà. I giudici sottolineano che nel processo non si è indagato sulla provenienza della provvista “ma non vi sono dubbi che essa provenisse dalle risorse personali di
Berlusconi”. I magistrati avevano sottolineato l’enorme possibilità dell’ex premier di gestire somme ingenti, ma “questo naturalmente non sminuisce la gravità della vicenda. Per il Tribunale, riguardo de Gregorio, il reato non consisteva nell’aver ricevuto soldi per cambiare schieramento politico ma nell’aver “abdicato in cambio di denaro, precisamente di tre milioni di euro, alla libera e incoercibile facoltà di scegliere se fare eventualmente anche tutto ciò, laddove egli lo avesse ritenuto meglio rispondente agli interessi della Nazione, o di non farlo nei casi in cui non ne ricorressero le condizioni”.

I giudici avevano affrontato anche il nodo cruciale della qualificazione giuridica del comportamento del parlamentare che agisce in cambio di soldi o altri vantaggi. La vicenda non sarebbe accostabile ai frequenti “cambi di casacca” e salti della quaglia” che caratterizzano le cronache politiche. “Solo una lettura superficiale e impropria – scrivevano – potrebbe condurre a una semplicistica equazione secondo cui le utilità promesse o corrisposte in tutti questi casi e in numerosi altri analoghi possano essere intese come ‘pactum sceleris‘, come corrispettivo di un accordo corruttivo. “Quel che connota la corruzione, insomma – evidenziava il Tribunale – non è il corrispondere il denaro o altra utilità e vantaggi economici e politici, né che proprio questo influisca e determini le scelte e le alleanze dei politici, ma solo e
unicamente l’aver il parlamentare rinunciato alla propria libera determinazione e scelta in cambio e in stretta e inscindibile correlazione con queste promesse e queste dazioni”.