La vicenda della compravendita dei senatori “dimostra lo sprezzo con cui il ricchissimo Berlusconi potè affrontare quei pagamenti corruttivi senza doverne avvertire minimamente il peso”. Lo si legge nelle motivazioni, depositate oggi, della sentenza di primo grado che l’8 luglio scorso condannò l’ex premier Silvio Berlusconi e l’ex direttore de L’Avanti, Valter Lavitola, riconosciuti responsabili di corruzione. Al centro dell’accusa, il versamento dell’ex presidente del Consiglio di 3 milioni di euro al senatore Sergio De Gregorio perché cambiasse schieramento e contribuisse a determinare la crisi del governo Prodi dopo le elezioni del 2006. Cosa che avvenne dopo due anni. De Gregorio è uscito dal processo patteggiando una pena di 20 mesi.

Nella sentenza firmata dal presidente Serena Corleto e dai giudici Nicola Russo e Antonio Baldassarre, Lavitola viene considerato la “mente” e l”ispiratore” della cosiddetta Operazione libertà, ovvero la presunta compravendita di senatori per far cadere la maggioranza che sosteneva il governo Prodi. I giudici sottolineano che nel processo non si è indagato sulla provenienza della provvista “ma non vi sono dubbi – scrivono – che essa provenisse dalle risorse personali di Berlusconi”, con La Vitola in veste di “intermediario”. A tal proposito i giudici evidenziano (“non solo perché appartenente al notorio, ma anche perché lo hanno indicato i testi”) che Berlusconi “vanta delle risorse economiche ingentissime in relazione alle quali insomma tre o anche cinque milioni di euro sono poco più che il costo di una cena per una tavolata di amici in rapporto alle finanze non esigue di un parlamentare”.

“Questo naturalmente non sminuisce la gravità della vicenda – aggiungono i giudici – perché anzi in qualche modo dimostra lo sprezzo con cui il ricchissimo Berlusconi potè affrontare quei pagamenti corruttivi senza doverne avvertire minimamente il peso, ma consente di collocare nel giusto contesto lo sforzo economico compiuto dallo stesso per quella corruzione e dunque di assimilare la sua posizione a quella di Lavitola”.

LE CONFESSIONI DI DE GREGORIO E IL MERCATO POLITICO. Il tribunale ha ritenuto “credibili” le dichiarazioni rese da De Gregorio, nonostante il dipietrista passato al centrodestra abbia spesso mostrato un “ego ipertrofico” e un agire politico “spregiudicato”. La sentenza ricostruisce un mercato politico che si è evoluto negli anni. La “compravendita” per mandare via Prodi è solo l’inizio. Secondo quanto raccontato dall’ex senatore in aula, parte della corruzione è stata mascherata e messa in chiaro sotto forma di finanziamento da Forza Italia al movimento Italiani nel Mondo: “Sapevo che la prima necessità economica sarebbe stata sanata con l’erogazione in nero e che poi, quando avremmo deciso di scrivere questo accordo di contiguità politica, sarebbe intervenuto il secondo milione e così fu, esattamente in maniera inesorabile, perché nel settembre 2006 (cinque mesi il voto che diede a Prodi una maggioranza risicata al Senato, ndr) mi iscrissi al grupo misto dichiarando l’esistenza del movimento politico Italiani nel Mondo come componente parlamentare e successivamente decidemmo con Berlusconi che il movimento sarebbe entrato nella coalizione. Allora intervenne il finanziamento di un milione di euro”. Altre somme, scrivono i giudici, pari a due terzi del totale, “vennero consegnate in contanti a rate da Lavitola direttamente nelle mani di De Gregorio, il più delle volte a Roma, e quei soldi vennero subito adoperati dall’allora senatore per appianare almeno in parte i suoi vertiginosi debiti”.

I RICATTI A BERLUSCONI. Poi, però, De Gregorio cade in disgrazia, ormai screditato agli occhi dell’opinione pubblica e coinvolto in inchieste giudiziarie. Forza Italia rifiuta di ricandidarlo alle politiche del 2013 e De Gregorio passa alle “‘pressioni e alle minacce” in una serie di incontri burrascosi con esponenti di primo piano del partito berlusconiano, tra i quali Verdini, Bondi (protagonista di un’imbarazzata deposizione al processo), Ghedini, Dell’Utri. Con la pretesa di una “buonauscita” fino a 10 milioni di euro. “Non può escludersi che le avances e le richieste di colloquio diretto con Berlusconi, avviate nel 2012 da De Gregorio, avessero il sapore del ricatto e possano assurgere penalmente anche al rango di tentata estosione, ma questo non vuole affatto dire che il loro contenuto fosse falso”, scrivono i giudici. “Anzi rende assolutamente ragionevole ritenere che il male minacciato, ovvero di rendere dichiarazioni penalemente rilevanti a carico di Berlusconi, fosse dotato di un qualche concreto e efettivo allarme per il diretto interessato”. Berlusconi, rilevano i giudici, non ha voluto fornire la propria versione, sottrandosi all’esame.

Tra le altre fonti di prova, la sentenza indica le lettere di Lavitola a Berlusconi, mai inviate ma rinvenute nel computer del giornalista, in cui “rappresentava senza metafore i rischi che lo stesso Berlusconi avrebbe corso se egli avesse deciso di rendere noti e pubblici i servigi che negli anni gli aveva assicurato”.