Si combatte anche sul terreno virtuale dei social network la battaglia tra il e il No al referendum costituzionale del prossimo autunno. Alla vigilia del confronto pubblico tra il premier Matteo Renzi e il presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, su Facebook è comparsa una pagina intitolata “Referendum, c’è chi dice Sì”. Ignoti gli autori, anche se inizialmente l’immagine di copertina, un manifesto dell’Anpi per il No, coperto dalla scritta “not in my name”, ha fatto pensare all’iniziativa di alcuni iscritti all’associazione partigiani favorevoli alla riforma del governo.

L’idea però non è piaciuta alla segreteria nazionale dell’Anpi, che poche ore dopo ha chiesto la rimozione del nome e del logo, usati senza autorizzazione. “Stiamo assistendo su Facebook – è la nota diffusa dall’associazione partigiani – ad avventurose operazioni referendarie per cui vengono utilizzati il nome e il logo dell’Anpi in profili dedicati a sostenere e propagandare posizioni antitetiche alla linea nazionale”. Dall’associazione spiegano che si tratta di una questione di correttezza: in cabina elettorale ciascun iscritto può votare come meglio crede, ma usare il nome dell’Anpi per fare campagna per il Sì, senza il via libera della segreteria, non è consentito.

La pagina sotto accusa, che fino a oggi ha raccolto poco più di 150 adesioni, era stata creata il 14 settembre, il giorno precedente al duello tra Renzi e Smuraglia sul palco della festa dell’Unità di Bologna. Nessuna firma, ma solo una breve presentazione. “Crediamo opportuno dare voce a tutti coloro che si riconoscono nell’associazione di chi ha combattuto la guerra di liberazione e di chi, come tanti di noi, ne ha raccolto il testimone e che, nonostante l’indicazione nazionale per il No al prossimo referendum istituzionale, sono intenzionati a confermare la recente riforma”. Per questo, “chiediamo di portare vostri contributi, lanciare argomenti di confronto, e di segnalare questa pagina a conoscenti e amici”

.Dopo la segnalazione dell’Anpi, dalla pagina è stato rimosso il logo mentre il nome è stato sostituito con un più generico “partigiani”. Restano ancora oggi sconosciuti i responsabili, che si limitano a pubblicare alcuni articoli di partigiani sostenitori della riforma e a rispondere ai commenti di chi li critica. “Abbiamo tolto il riferimento al manifesto dell’Anpi  – si sono giustificati – non perché fosse scorretto o illegittimo (in quanto era chiarissimo che non si trattava di propaganda a nome dell’Anpi ma in dissenso dall’Anpi) ma solo perché siamo pacifici e ci interessano più i contenuti che i simboli”. Già a maggio si verificò un caso simile, quando alcuni iscritti dell’Anpi lanciarono una petizione su change.org, rivendicando il diritto a “manifestare apertamente e pubblicamente l’appoggio alle riforme costituzionali”. In quel caso però l’autore, il dirigente del Pd bolognese Gianluigi Amadei, si mostrò fin da subito rendendo pubblico nome e cognome.