La Consulta rinvia la decisione sull’Italicum. “Il Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi, sentito il collegio – si legge in una nota – ha deciso di rinviare a nuovo ruolo la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dai Tribunali di Messina e Torino in merito alla legge 52/2015 (Italicum) previste per l’udienza pubblica del 4 ottobre“.

La legge elettorale messa a punto dal governo Renzi è diventato nelle ultime settimane il terreno di scontro, ma anche la possibile merce di scambio, tra il governo e la minoranza dem sul terreno del referendum costituzionale: sulla scorta di un invito firmato dal presidente emerito Giorgio Napolitano, Matteo Renzi ha aperto alla possibilità di cambiare l’Italicum, come chiesto a inizio agosto dal senatore bersaniano Miguel Gotor: “Discutiamola, approfondiamola, ma facciamo una legge elettorale migliore di questa – ha detto a inizio settembre Renzi a TeleNorba – la mia apertura è vera e sincera. Una legge elettorale la si può cambiare in 3 mesi”.

La decisione dei giudici costituzionali era nell’aria. Al di là di valutazioni di opportunità politica, cioè non impattare su una campagna referendaria che divide i partiti, negli ultimi giorni diverse fonti riferivano che i giudici della Consulta potrebbero ritenere opportuno prendere una decisione alla luce dell’esito del referendum, ovvero quando il quadro normativo sarà chiaro. Un timing di questo tipo consentirebbe al governo di consultare senza fretta le forze politiche per concordare modifiche all’Italicum.

Una decisione prima del referendum, sostengono alcuni osservatori, interverrebbe in un quadro ancora mutevole, mentre dopo la consultazione gli elettori si saranno espressi sulle riforme, ossia il contesto istituzionale rispetto al quale l’Italicum ha una diretta corrispondenza. Quindi, anche dal punto di vista sostanziale, se la Corte rinvia evita di esprimersi su un testo che potenzialmente, in caso di vittoria del “no”, potrebbe non corrispondere più al quadro istituzionale di fondo; e così non rischia di contaminare la volontà degli elettori.

Appare chiaro, infatti, che in caso di vittoria del “sì” la valutazione della Consulta non potrà non tenere conto delle modifiche all’assetto costituzionale, mentre in caso contrario sembra quasi scontato che il Parlamento dovrà rifare la legge elettorale, visto che Senato continuerebbe a esistere con i poteri attuali. Considerato, poi, che – per stessa ammissione del premier – il voto sul referendum non arriverà prima dell’ultima settimana di novembre, appare ormai scontato che tra tempi tecnici e costituzione delle parti, la Consulta non riuscirà a fissare la sua decisione prima della fine dell’anno. Una circostanza che al governo non dispiace affatto, anzi: un’eventuale bocciatura dell’Italicum da parte della Consulta prima del referendum rafforzerebbe, e non poco, le posizioni del “no”.

Altre ordinanze potrebbero, inoltre, arrivare alla Corte, visto che ricorsi sono stati promossi in ben 23 tribunali. Se poi vince il “sì” al referendum, scatta la possibilità di controllo preventivo della legge elettorale attivato dai parlamentari e infine sono già in atto iniziative parlamentari per la modifica dell’Italicum: in aula alla Camera è iniziato l’esame della mozione a firma Sinistra italiana-Sel, che verrà votata mercoledì. Anche Area Popolare e il Movimento 5 Stelle hanno annunciato che presenteranno mozioni in tal senso.

“Trovo la decisione estremamente saggia – commenta Miguel Gotor – qualunque tipo di pronunciamento infatti avrebbe inevitabilmente condizionato il dibattito sul referendum istituzionale, dando la stura a inopportune quanto infondate accuse di politicizzazione della decisione presa dalla Corte. Ora la politica, a partire da Renzi e dal Pd, non ha più alibi e, se vuole veramente cambiare l’Italicum prima del referendum, ha l’occasione e il tempo per farlo”.

“La Corte Costituzionale ha fatto un enorme, gigantesco favore al presidente del Consiglio – scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – sia in termini di immagine che di consenso, evitandogli una clamorosa bocciatura a poco più di un mese dal voto referendario”.