Dove eravamo rimasti Bridget Jones? Beh, chi se ne frega. Stavolta Bridget/Renée Zellweger prende almeno un paio di decisioni. Definitive. E si ride, con grande ironia, di femmine e maschi, per tutto il film. Basta eterna agonia psicologica, immotivata insicurezza, la donna indecisa a tutto, ma soprattutto verso gli uomini, in Bridget Jones’s Baby, appunto, almeno riguardo all’esistenza del suo futuro nascituro, non si tira indietro. L’eroina middle class nata dalla penna di Helen Fielding torna in completino quasi milf (si parla anche di “cougar” nel film, ma il concetto ci pare un po’ forzato), e nel giro di una settimana rinfoltisce il contatore delle “scopatine”, a secco da un bel po’, pare (anche se ci siamo sempre chiesti ‘perché?’), con il bel Patrick Dempsey e con il solito stagionato Colin Firth. Bridget è sempre un po’ goffa nell’agire, buffa nel vestire, e sciocchina nel vivere stimoli pop del quotidiano in pubblico come fosse una mandriana dell’Arkansas, o una donnina di qualche contea del nord Inghilterra.

Però, dall’alto della maturità dei suoi 43 anni, in mezzo alle news della tv che deve suggerire all’orecchio della collega speaker, e di fronte alla “ristrutturazione” nei contenuti del tg con giovani, rampanti e ridicoli hypster, quando la nausea appare all’improvviso, e il test segnala “pregnant”, la singletudine sembra quasi una dimensione esclusiva e nobile dell’essere. Insomma, Bridget la vittima diventa Bridget la decisionista. Già aveva lasciato i due maschietti tutti belli cotti di lei con un palmo di lenzuolo tra le dita fuggendo come una cenerentola dopo l’amplesso. Non paga, quando è parecchio complicato capire chi dei due sia il proprietario dello spermatozoo vincitore, non si perde di certo d’animo e convoglia entrambi i “padri” al capezzale del grufolante ecografo. E loro a seguirla ovunque come cagnolini. Insomma, Bridget Jones “power”. Poi chiaro che alla fine l’amore trionfa per tizio piuttosto che per caio (non lo diciamo), e che nell’ennesimo matrimonio nel film, ci sono pure un funerale e anche un battezzo (divertente assai), avviene la consacrazione e, si spera, il punto finale della saga. Perché prima o poi le epopee finiscono. E quella di Bridget Jones, dopo l’intermezzo cinematografico catastrofico di Che pasticcio Bridget Jones (2006), si concluderebbe elevandosi verso l’alto di questo terzo episodio.

Una commedia con tavolozza dell’ironia molto british, spesso a sfiorare piccanti mitologie del presente delle app e del porno online (allo script c’è Dan Mazer longa manus scrittoria di Borat, Bruno e Ali G), e con una regia essenziale (è tornata Sharon Maguire del primo film della serie) tutta al servizio di script e attori. Cancellazione dei tempi morti, personaggi secondari efficaci nella loro quasi totale assenza (leggasi Quattro matrimoni e un funerale di Mike Newell), schermaglie amorose magari un po’ superficiali ma mai sciocche soprattutto nella tripartizione di spazi e battute da metà del film in poi, Bridget Jones’s baby è film consigliatissimo per riappacificarsi con la comicità mainstream che spesso si snobba per fastidiosa demenza compositiva ed espressiva.

Il capitolo attori lo teniamo per ultimo. Con una premessa: la visione del film, in una serata organizzata da un noto settimanale femminile nazionale, ha fatto rilevare un autentico tifo da stadio per suggerire a Bridget quale maschio scegliere come papà del figlio, senza il più prosaico (e costosetto) DNA. Mi sentirei di dire che in una platea abbastanza varia anagraficamente abbia vinto Colin Firth, l’inglesissimo avvocato imparruccato Mark Darcy, anche se l’abile creatore dell’algoritmo dell’amore online, l’americano Jack/Patrick Dempsey, ha retto quasi fino all’ultima curva. Stiamo comunque parlando di un confronto tra classe ’60 e classe ’66, il 56enne Firth contro il 50 Dempsey, una disputa che sposta l’asticella della credibilità del maschio alfa oltre l’umano percepire, un po’ modello battuta di Billy Crystal in Harry ti presento Sally: “Charlie Chaplin ha avuto figli fino a 73 anni. Sì, ma non riusciva a tenerli in braccio”. Last but not least: Renée Zellweger. La trasformazione fisica, e in particolar modo del viso, avuta privatamente dall’attrice texana, questo “sgonfiamento” di gote e fronte è si evidente e parecchio inquietante ma viene rintuzzato dalle doti d’attrice della Zellweger davvero brava nel riprodurre smorfiette classiche alla Bridget, e con postura e movimenti del corpo altrettanto scuola Jones, a far dimenticare la trasfigurazione che ci avrebbe portato ad sicuro e involontario overacting.