Ci sono scuole che hanno retto al terremoto ma hanno rischiato di chiudere per mancanza di ragazzi e altre che il sindaco, alla prima campanella, non riaprirà per timore che crollino. E’ la cartolina dell’Italia. Due paesi, Montefortino (Fermo) e Savignone (Genova), in due regioni lontane, con due storie differenti ma un comune denominatore: sindaci coraggiosi. “Lo Stato non mi ha dato i fondi per fare gli interventi antisismici e io non apro le scuole”.

Il primo cittadino di Savignone, 3.200 abitanti, due scuole primarie e una dell’infanzia, non scherza. Non è un amministratore alla prima esperienza ed è stanco di sentirsi preso in giro dal governo. Lo scorso mese di maggio era finito sotto i riflettori perché si era messo a chiedere l’elemosina davanti la cattedrale di San Lorenzo come forma di protesta contro i tagli del governo centrale. Ora è pronto a non far entrare i bambini in classe mercoledì prossimo perché non ha potuto metter mano alla ristrutturazione dei due edifici scolastici che necessitano di adeguamenti antisismici. Lui non ne vuole sapere di far la fine di Amatrice e di Accumuli. E’ deciso ad andare contro tutti, anche contro i suoi cittadini che hanno paventato la possibilità di una denuncia per interruzione di pubblico servizio: “Li tengo io i figli di chi deve andare a lavorare. Non li lasceremo soli ma i genitori devono sapere che il mio gesto è per la sicurezza dei bambini. Son pronto a prendermi una denuncia. Darò incarico ad un collegio di ingegneri di verificare lo stato degli edifici; so già che le nostre aule non sono antisismiche come la maggior parte delle scuole d’Italia. Hanno fatto “#Scuolesicure”, la campagna seimila campanili con un click: hanno dato contributi ad amministrazioni che non hanno mai sentito parlare di terremoti mentre non hanno finanziato il rifacimento di scuole sull’Appennino centrale. Anch’io ho fatto richiesta di finanziamenti: ho una materna che avrei potuto sistemare quest’anno ma non posso partire perché a Roma qualcuno non ha emanato un Decreto, hanno dormito. Abbiamo i progetti antisismici ma non abbiamo i soldi. L’Italia si sistema con la testa non con le parole. Se il giorno dopo la mia protesta i tecnici del ministero si prenderanno le loro responsabilità, riaprirò la scuola”.

Seicento chilometri a Sud, Domenico Ciaffaroni, sindaco di Montefortino, 1.170 abitanti in provincia di Fermo, ha salvato la scuola media grazie a cinque ragazzi arrivati dall’Africa. La sua scuola è una di quelle davvero antisismiche, ha retto al terremoto ma i ragazzi italiani iscritti in prima media erano solo otto: un numero insufficiente per mantenere la sezione. Un rischio per questa realtà: non formare la prima media significa creare i presupposti perché la gente abbandoni il paese, si trasferisca dove c’è una scuola attiva. Ciaffaroni a quel punto ha pensato di prendere carta e penna per scrivere un appello al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini: “Le ho chiesto – spiega il sindaco – la possibilità di registrare a scuola i cinque ragazzi di dieci anni che ospitiamo in paese nel nostro centro d’accoglienza. Era l’unico modo per salvare la classe. Mi hanno chiamato direttamente da viale Trastevere, hanno voluto capire la questione e mi hanno dato il via libera: giovedì potremo partire a pieno ritmo. La nostra scuola era agibile, abbiamo tutte le certificazioni. Avere la struttura è importante ma non avere i ragazzi è terribile: noi investiamo il 10% del nostro bilancio comunale sulle scuole”. Ciaffaroni sa che grazie agli immigrati potrà salvare il suo paese: “Accogliamo 23 persone scappate dalla guerra. Sappiamo bene quanto siamo importanti”.