Ti presento mio zio, il narcotrafficante Pablo Escobar. L’uomo comune si scontra con la storia recente. Il surfista canadese che cerca il paradiso perduto tra le spiagge oceaniche della Colombia, incontra la fanciulla e l’amore; ma la ragazza, di quel brav’uomo di uno zio, non può farne a meno. Questa la discesa agli inferi mostrata in Escobar – Paradise Lost, in uscita nelle sale italiane il 25 agosto con protagonista Benicio Del Toro nel ruolo di Escobar e Jush Hutcherson (interprete di Hunger Games) in quelli del giovane Nick. Il signore della cocaina, patrimonio intorno ai 30 miliardi di dollari finché rimase in vita, nel 1991 in accordo col governo colombiano per non essere estradato negli Usa, si autoisolò nel suo sciccoso buen ritiro.

Da questo spunto reale prende le mosse la pellicola diretta dall’italiano Andrea Di Stefano, solitamente attore, con questo film alla prima regia. Quando Escobar/Del Toro si “riconsegna” alle autorità e chiama a sé i fedelissimi, tra cui il titubante Nick che ha sposato sua nipote Maria, per sottoporli all’ultimo esame di fedeltà e chiedendo proprio allo spaurito “yankee” di uccidere una persona. Dignitosa e stimolante narrazione in flashback per la prima ora di racconto, dove vengono ricostruiti l’arrivo di Nick col fratello sulle coste colombiane, l’incontro con Maria, la conoscenza e frequentazione del canadesino con zio Pablo; Paradise Lost scivola purtroppo in una seconda parte thriller più convenzionale su come il mondo che Nick si era costruito assieme alla nipotina di Escobar crolli in pochi istanti.

“Credo che Escobar sia il criminale più odiato e più ammirato del mondo, in misura quasi uguale”, ha spiegato Di Stefano. “Ancora oggi in Colombia le persone pregano per lui e ritengono che fosse una brava persona, mentre molti altri lo considerano un mostro. Il fatto che fosse molto legato alla sua famiglia mi sembrava un ulteriore lato da esplorare. Nel film Il Padrino l’elemento chiave non ruota attorno al fatto che Marlon Brando e Al Pacino eliminino le persone, ma a quello che si dicono quando sono a casa, seduti al tavolo della cucina. Perciò immaginavo la possibilità di strutturare una storia attorno ad un personaggio con una duplice personalità, e il fatto che costui fosse Pablo Escobar rendeva il progetto ancora più emozionante”. Ed è proprio nell’interpretazione del re del narcotraffico da parte di Benicio Del Toro che Paradise Lost gioca tutte le sue possibili sirene d’attrazione.

Misurato, tenebroso, ingombrante e inquietante, l’Escobar del 49enne divo portoricano, reduce dal successo di un capolavoro come Sicario, è il punto di forza di uno script (di Di Stefano e della brava Francesca Marciano) che altrimenti sconta l’anonimato di Hutcherson (su cui dovrebbe reggersi empatia e mezzo film) e l’esibizione un po’ poverella di panze, catenoni, cappelli panama e ritmo salsa. “Per quanto riguarda il casting, non ho avuto esitazioni: Benicio Del Toro doveva interpretare Escobar. Non c’erano dubbi al riguardo: doveva essere lui. Se avesse rifiutato, il film non sarebbe stato realizzato. Era importante avere un Pablo che fosse imponente, un attore dotato di una presenza grandiosa quanto quella di Marlon Brando in Apocalypse Now”, afferma Di Stefano. Quest’ultimo classe ’72 è stato scoperto da Marco Bellocchio che gli ha fatto interpretare Il Principe di Homburg nel 1992, poi ha frequentato set di lusso come Prima che sia notte di Schnabel, Nine di Rob Marshall, e Vita di Pi. Del Toro sarà invece protagonista del sequel di Sicario – Soldado – diretto da Stefano Sollima. Un’avvertenza: in Escobar – Paradise Lost c’è sì una componente di scontro/incontro tra Nick e Pablo, con il delinearsi di alcune caratteristiche del criminale colombiano (la popolarità tra le persone povere, la passione per il calcio, ecc…); ma per chi cerca qualche elemento più dettagliato sul personaggio “storico” è forse meglio consigliare la stagione numero 2 di Narcos, con Wagner Moura ad interpretarlo.