Dal Sardex allo Scec. In Italia le monete complementari non sono più solo progetti, ma realtà sempre più concrete. Prova ne è che in alcuni Comuni sono pronte le delibere per diffonderle e durante la campagna elettorale la neo sindaca di Roma Virginia Raggi ha detto di volerne promuovere l’utilizzo nella Capitale “per favorire i piccoli negozi che più soffrono la crisi”. Il fenomeno è nuovo per alcuni versi, vecchio come il mondo per altri: basti pensare che in diverse epoche le monete alternative hanno contribuito alla tenuta delle economie locali durante le grandi crisi. È nato nel 1934, in seguito al crac mondiale del 1929, il Wir svizzero, creato da una rete di imprese come sistema di credito reciproco, che oggi è una tra le monete complementari di maggior successo con 60mila piccole e medie imprese che lo utilizzano.

Non stupisce quindi che le monete locali o complementari abbiano guadagnato nuovo appeal dopo la crisi finanziaria del 2008. Si calcola che oggi nel mondo siano circa 5mila. In Italia esistono diversi progetti: il più famoso è il Sardex, nato in Sardegna nel 2009 e poi replicato in altre regioni con l’obiettivo di sostenere l’economia delle aree più arretrate. Il risultato, però, è andato oltre. Come avvenuto in Paesi europei con meno problemi di accesso al credito, anche in Italia queste realtà hanno restituito un’idea di comunità perduta. E in molti casi dato la possibilità a un’azienda di salvarne un’altra dal fallimento.

I VARI TIPI DI MONETA COMPLEMENTARE – Ogni giorno nel mondo milioni e milioni di persone utilizzano monete complementari, digitali o con supporto cartaceo, per acquistare beni e servizi. Con questo sistema le aziende di una comunità che ne accetta il corso possono aumentare il proprio volume produttivo, stimolare l’acquisto di beni e sostenere l’economia locale. Ne esistono diverse forme. Quella ‘commerciale’ ha come obiettivo l’incremento del consumo di determinati beni di aziende: classico esempio sono i punti fedeltà. Esistono inoltre le ‘monete dedicate o settoriali’, come i buoni-pasto, spendibili per prodotti specifici e le ‘monete-tempo’ il cui valore viene quantificato attraverso le ore lavoro dei partecipanti al circuito.

I CIRCUITI DI BARATTO – Un caso particolare di valuta complementare è quella basata sul baratto e sulla compensazione (barter trading): le aziende che fanno parte di un circuito acquistano beni e servizi che poi pagano in natura con beni e servizi propri. In Italia il corporate barter è stato sperimentato per la prima volta nel 2001 dalla BexB (acronimo di Business Exchange Business) degli imprenditori bresciani Silvio Bettini, Antonio Panigalli, Ferdinando Magnino e Manuel Perani. Nato come gemello italianizzato del Wir, ancora oggi è il network più grande d’Italia con oltre 3mila imprese affiliate, che acquistano e vendono beni e servizi attraverso un sistema di crediti e debiti a tasso zero in moneta complementare.

LA VALUTA LOCALE: IL CASO SARDEGNA – Un altro tipo di moneta complementare è la valuta locale, la cui circolazione è ridotta a una zona geografica definita e alla quale solitamente viene attribuito un valore pari a quello della valuta ufficiale. L’obiettivo è favorire lo sviluppo dell’economia locale e rispondere alla necessità di avere liquidità a costo zero. In Italia ci sono diversi esempi di realtà locali organizzate in circuiti in cui si scambiano beni e servizi utilizzando monete complementari: dal Sardex allo Scec. Al primo aderiscono oggi oltre 3mila imprese che nel 2015 hanno generato transazioni per 50 milioni di euro. Si tratta di un circuito di credito commerciale nato in Sardegna nel 2009 dall’inventiva di cinque amici appassionati di economia, Gabriele Littera, Piero Sanna, Carlo Mancosu, Giuseppe Littera e Franco Contu. Il sistema è basato sui principi di collaborazione e mutuo soccorso e ruota intorno a una moneta, il Sardex appunto, utilizzata per scambiare oggetti e servizi e agganciata all’euro con un valore di uno a uno.

Le aziende sarde possono finanziarsi reciprocamente, scambiandosi debiti e crediti, attraverso un sistema digitale di conti online. Le aziende con saldo negativo si portano in pari vendendo beni e servizi ad altre imprese aderenti, quelle con saldo attivo monetizzano i crediti accumulati facendo acquisti da altri membri del circuito. I crediti però non sono convertibili in denaro corrente ma solo in prodotti, per evitare speculazioni. Ogni anno le aziende aderenti pagano un canone di iscrizione, ricevendo in cambio una certa quantità di Sardex con cui effettuare transazioni. Nel circuito ci sono artigiani, negozi di alimentari, medici e persino società sportive. Una panetteria può preservare la liquidità di cassa, acquistando in Sardex le materie prime, oppure la consulenza dal commercialista e incrementare la sua clientela che a sua volta può fare la spesa in Sardex. I dipendenti delle imprese iscritte al circuito, invece, possono richiedere ai propri datori di lavoro il riconoscimento di rimborsi, benefit e premi la cui erogazione si era di frequente interrotta per la carenza di liquidità. Non ci sono tassi di interesse, cosa che facilita la velocità di circolazione rispetto all’euro.

DAL SARDEX AL TIBEX – Ad aprile scorso Sardex ha ricevuto un finanziamento da 3 milioni di euro convincendo Innogest, Invitalia Ventures e Banca Sella Holdig a investire sull’espansione del network. Il modello è stato già esportato in una decina di regioni: Veneto (Venetex), Piemonte (Piemex), Emilia Romagna (Liberex), Marche (Marchex), Lazio (il Tibex citato dalla Raggi), Sicilia (Sicanex), Abruzzo (Abrex), Lombardia (Linx), Umbria (Umbrex), Molise (Samex), Campania (Felix). Tanto per fare un esempio, nel primo anno di attività il circuito della moneta complementare lombarda ha associato circa 300 soggetti, per un controvalore di oltre un milione e mezzo di euro di transazioni.

L’ARCIPELAGO SCEC – Un tipo particolare di valuta locale è il ‘Buono locale di solidarietà’, meglio noto come Scec (Sconto che cammina). Il principio è quello dei buono sconto mutuato dalla grande distribuzione con cui si ottiene una riduzione di prezzo che gli associati (che vendono beni e servizi) decidono di farsi reciprocamente in modo volontario e stabilendo anche la percentuale di accettazione dello Scec, solitamente dal 10 al 30%. In Italia ne circolano 3 milioni in 12 regioni. In principio si chiamavano Ecoroma (Roma), Scec (Napoli), Kro (Calabria), Thyrus (Terni) e Tau (Toscana). Poi la maggior parte dei progetti italiani che riguardano questo tipo di buoni si sono riuniti sotto un’unica regia, quella dell’Arcipelago Scec, associazione nata a Napoli nel 2008 che governa le emissioni degli Scec. Sono 25mila gli iscritti, tra commercianti, produttori, professionisti che aderiscono al sistema. L’aveva predetto Totò in Miseria e Nobiltà: “Seicentomila lire? Ma chi le ha viste mai in contanti, noi adoperiamo gli cheque”.