Negli ambienti finanziari parigini il controllo francese delle Generali è dato ormai per cosa fatta. Tuttavia sul mercato ci sono operazioni e operazioni. Ci sono quelle per cui basta avere una quota di maggioranza relativa o lanciare un’offerta pubblica d’acquisto per conquistare il controllo di una società. Ce ne sono altre, invece, in cui non se ne fa nulla senza l’avallo del governo. Il passaggio di mano delle Generali, controllata (13%) della Mediobanca di cui sono soci sia Vincent Bolloré che Silvio Berlusconi, fa parte di questa seconda categoria. Non una sola foglia può muoversi a Trieste senza il dovuto consenso politico, anche perché la compagnia assicurativa ha in pancia 70 miliardi di titoli di Stato italiani su un portafoglio complessivo di obbligazioni sovrane pari a 180 miliardi e ben 500 miliardi di asset.

Non a caso, oggi che Bolloré incalza alle porte di Trieste, da Palazzo Chigi filtra la richiesta di applicare la reciprocità. In una Europa sempre più sgretolata e divisa dai nazionalismi, il governo di Matteo Renzi si appella cioè a un principio che Parigi ha sempre inteso a senso unico come testimoniano le passate vicende dell’Enel in terra francese. E soprattutto resta sul vago rispetto al vero oggetto del contendere: se il centro di gravità sono Generali e Mediobanca, su che cosa lo Stato italiano chiede reciprocità? Il dubbio è che la risposta spazi in ambiti diversi, toccando società dai destini collegati. Magari Mediaset che avrebbe dovuto scambiare il 3,5% del capitale con la Vivendi di Bolloré, prima di essere ripudiata dai francesi formalmente per via del pesante fardello Premium. Una circostanza che ha fatto saltare i nervi in casa Berlusconi tanto da prospettare una battaglia legale con Vivendi. Per non parlare del fatto che ha creato anche pesanti pressioni sul titolo Mediaset in Borsa, che dal 27 luglio all’8 agosto ha perso il 6,6%. O forse la reciprocità potrebbe riguardare il destino di Telecom Italia, controllata da Bolloré ed eterna promessa sposa di Mediaset alla ricerca di una nuova identità dopo lo smacco della governativa Enel sui progetti di sviluppo nella fibra.

La risposta a questi interrogativi arriverà probabilmente nelle prossime settimane. E promette di portare in dote lo smantellamento del sistema di potere italiano che ruota attorno a Mediobanca, i cui manager di punta sono più vicini a Bolloré che a Renzi. Così l’assalto del raider bretone su Trieste, complice la volontà di Silvio Berlusconi di sistemare gli affari di famiglia, potrebbe chiudere il cerchio su un ventennio di tentativi francesi di espugnare la compagnia triestina. L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, e il suo presidente, Renato Pagliaro, ricordano di certo la strenua difesa organizzata da Vincenzo Maranghi nel 2002 per evitare che Piazzetta Cuccia e le Generali diventassero francesi. Per impedire, cioè, che il Paese perdesse una roccaforte del sistema finanziario, un gioiello capace persino di influenzare il governo attraverso le sue strategie di investimento. All’epoca in prima linea c’era il banchiere Antoine Bernheim, mentore di Bolloré, e si diceva che i francesi avessero rastrellato sul mercato fra il 20 e il 25% di Mediobanca come riferì l’allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, in un’audizione parlamentare.

Ma, alla fine, il raid fallì perché Maranghi tenne il punto mettendo sul piatto le sue dimissioni pur di preservare l’indipendenza di Piazzetta Cuccia. Da quegli avvenimenti nacque un nuovo asse fra Parigi e Roma con al centro il banchiere di Marino Cesare Geronzi, sostenuto poi ai vertici delle Generali da Bolloré che contribuirà alla cacciata di Bernheim. In quella occasione il raider bretone fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco. E, in tempi più recenti, anche i suoi amici di Groupama furono obbligati a ripiegare dopo aver tentato di conquistare Premafin e Fonsai. Due vittorie italiane in una guerra di ben più lungo corso.

Oggi Bolloré torna all’attacco su Trieste con uno scenario complessivo profondamente mutato rispetto al passato: Mediobanca non ha più il potente portafoglio di partecipazioni di una volta, il governo è instabile, le banche italiane deboli. Per non parlare del fatto che Berlusconi, invecchiato, è alla ricerca di un nuovo assetto stabile
per il suo gruppo e per il suo partito. Bolloré ha intravisto insomma tutti i tasselli per immaginare una vittoria nell’assalto francese a Trieste. Magari anche con il sostegno del numero uno di Arcore, ago della bilancia dei delicati equilibri politici romani. Non a caso sui mercati si ipotizza un imminente aumento della partecipazione di Bolloré in Mediobanca dove il finanziere bretone fa parte di un patto di sindacato in scadenza a fine 2017.

Secondo il quotidiano La Repubblica a vendere titoli di Piazzetta Cuccia potrebbe essere Unicredit, costretta a un’intensa cura di rafforzamento patrimoniale sotto la guida francese di Jean Pierre Mustier. Ma anche Mediolanum, che di Mediobanca ha il 3,5% ed è controllata dalla Fininvest della famiglia Berlusconi. Il motivo? Se possono comprendersi le ragioni di Unicredit, meno chiare sono invece quelle di Mediolanum. A meno che l’operazione non faccia parte di un disegno piu’ complesso. Di un gioco in cui le pedine non sono solo Generali e Mediobanca, ma anche Telecom, Mediaset e Vivendi. E in cui ha forse anche una ratio il desiderio di liquidità della famiglia Berlusconi che, dopo la cessione del Milan, porterà Fininvest ad avere in pancia 850 milioni. Lo scenario è complesso e i partecipanti alla partita sono abili finanzieri, capaci, se necessario, anche di bluffare per raggiungere gli obiettivi prefissati. Come finirà? Chi può dirlo. Per ora c’è certa una sola certezza: i francesi sono all’attacco. E hanno già segnato punti a loro favore piazzando manager di fiducia ai vertici di Generali e Unicredit. Quanto all’Italia, invece, sembra ancora lontano il momento in cui avrà amministratori italiani alla guida di asset strategici per Parigi come la prima banca o compagnia assicurativa d’Oltralpe. Il contrario è già realtà. Alla faccia della reciprocità invocata dal governo Renzi.