Diecimila posti per coprire (almeno parzialmente) le necessità del presente e gli arretrati del passato. Per la prima volta da due anni a questa parte nel mondo della scuola si torna a parlare di assunzioni anche per collaboratori e amministrativi, e non solo per i docenti. Gli Ata, infatti, non soltanto sono stati totalmente esclusi dal piano straordinario della riforma, ma pagano anche il blocco del turn over a causa della soppressione delle province e della possibile mobilità dei loro dipendenti. Uno stallo che – sommato ai tagli annosi della Gelmini – ha letteralmente fatto esplodere la situazione nelle scuole: segreterie oberate di lavoro, alcuni istituti addirittura a rischio chiusura per mancanza di personale. Adesso il ministero corre ai ripari promettendo una prima infornata di immissioni in ruolo. Anche se per i sindacati questo “primo passo” non basterà a colmare tutte le lacune.

Gli amministrativi, tecnici e ausiliari (noti come Ata, acronimo che riunisce profili molto differenti tra loro: si va dai segretari ai bidelli, circa 200mila in tutto il Paese) sono stati i grandi assenti de “La buona scuola”: non una parola su di loro, sin dal manifesto programmatico dell’autunno 2014.

In compenso, questo e i precedenti governi hanno riservato diversi dispiaceri alla categoria. Prima i tagli della riforma Gelmini, con cui sono andati persi circa 20-30mila posti. Poi, a causa della soppressione delle province varata dalla Legge Delrio, anche il blocco del turn over: le assunzioni – pure quelle ordinarie, di semplice rimpiazzo dei pensionati – sono ferme da due anni, in attesa dell’esito della mobilità degli ex dipendenti provinciali in cerca di ricollocazione. Un processo in realtà fittizio, visto che pochissimi hanno le competenze per essere riassorbiti nella scuola. Ma intanto nel 2015/2016 sono stati congelati 6.243 posti disponibili, che si sono aggiunti alle già numerose supplenze del settore.

Dopo mesi di proteste finalmente da viale Trastevere arrivano buone notizie: ancora nulla di ufficiale, ma il sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone, ha promesso 10mila immissioni in ruolo da settembre; cifra che comprende i 6mila in arretrato dallo scorso anno, più circa 4mila per il prossimo (una piccola quota di 500 posti dovrebbe essere stornata in maniera cautelativa per l’eventuale arrivo di personale residuo dalle province).

“Si tratta di un segnale incoraggiante, ma nulla di risolutivo”, spiega Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil. In effetti le assunzioni in questione sono solo quelle “ordinarie”, dovute al regolare turn over che era stato interrotto da due anni: non basteranno a coprire il reale fabbisogno degli istituti ed eliminare il ricorso sistematico alle supplenze (l’anno scorso quelle dell’organico di fatto, il personale supplementare necessario per il regolare funzionamento delle scuole, sono state 9mila). Secondo una elaborazione della Cgil, i posti liberi negli istituti del Paese sono oltre 15mila. Per l’associazione Anief addirittura 30mila, e potrebbero anche crescere se il governo varasse un piano straordinario e un organico di potenziamento, come è stato fatto per gli insegnanti. “Come si potranno realizzare, altrimenti, i progetti aggiuntivi introdotti dalla Buona scuola?”, chiede Marcello Pacifico. Invece per il momento il ministero, pur impegnandosi sullo sblocco del turn over, non è neanche stato in grado di garantire il mantenimento dell’organico attualmente impiegato nelle scuole. “Problemi finanziari”, ovviamente.

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