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Maturità 2026: per la seconda prova un Quintiliano senza sussulti, ma tradurre resta fondamentale

Così strutturata, la prova al Classico è parsa dare attenzione non tanto alla versione – che non comportava qui particolari abilità – quanto al momento di comprensione/analisi stilistica
Maturità 2026: per la seconda prova un Quintiliano senza sussulti, ma tradurre resta fondamentale
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di Davide Trotta*

Il dettato stilistico di un’opera è proprio come un anno scolastico: conosce nel corso della sua faticosa gestazione oscillazioni, scosse, assestamenti, alternando momenti sublimi a momenti più dimessi. Il passo di Quintiliano sottoposto ai maturandi del classico rientra in uno di quei frangenti senza particolari sussulti: nessuna impennata decisiva, una dizione certamente elegante, com’è proprio di Quintiliano, ma qua priva delle sue accensioni che, ove portate al massimo delle sue potenzialità, possono anche rivelarsi di ardua lettura. Meglio così, insomma: nessuno si sarà fatto troppo male. Tuttavia tra la scelta di un passo increspato di difficoltà e uno tutto sommato incolore si poteva scegliere una via mediana che contemperasse contenuti esemplari e un’elaborazione stilistica più raffinata, tesa a valorizzare il percorso tutt’altro che pianeggiante dei classicisti.

Così strutturata, la prova è parsa dare attenzione non tanto alla traduzione – che non comportava qui particolari abilità – quanto al momento successivo di comprensione/analisi stilistica. Di fatto dando seguito alle prescrizioni in seno alle nuove indicazioni ministeriali, orientate più al momento esegetico che alla traduzione. Che però, se non padroneggiata nella sua pienezza, finisce per inficiare anche il successivo momento ermeneutico-interpretativo. Offuscare la portata della traduzione comporta perdita di significati e giudizi di valore rispetto al più ampio ventaglio di possibilità offerte da una lingua, tanto più una come la nostra collaudata e plasmata da multiformi esperienze letterarie, filosofiche, musicali.

Misurarsi con la traduzione vuol dire tanto ampliare le proprie possibilità espressive quanto tenere vive e assaporare quelle della nostra lingua, non a caso sempre più impoverita: tradurre vuol dire recuperare significati perduti, filtrarli alla luce di un mondo dinamico, in continua evoluzione, di cui si rischia di perdere la visione.

Se, secondo la definizione greca, parole e pensieri coincidono, a una tastiera espressiva ridotta corrisponde un pensiero in affanno e contrazione continua, che preclude la possibilità di confrontarsi in maniera critica con la realtà. Non ultimo, la traduzione è l’unica possibilità che abbiamo per un incontro a metà strada tra noi e l’antico. Smettere di tradurre o derogare a traduzioni pur di provato valore – o peggio alla “metallica” intelligenza artificiale – è atto deresponsabilizzante: simile al pargoletto che, ostinato alla mammella materna, mai potrà dismettere fino in fondo i propri panni di infante per muovere i primi passi verso una vita più adulta e consapevole.

*insegnante

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