Se le indicazioni del ‘piano’ di Matteo Renzi verranno confermate, possono festeggiare i precari storici della scuola, per cui pare in arrivo un’infornata di assunzioni. L’idea è quella di svuotare tutte le graduatorie, per far ripartire da zero la scuola italiana e il suo sistema di reclutamento dopo anni di caos: 150mila assunti, attraverso cui coprire i 50mila posti attualmente scoperti, dar vita ai nuovi organici funzionali per il potenziamento dell’offerta formativa (circa 20mila docenti), e colmare il deficit di personale nella scuola primaria e dell’infanzia (pesantemente penalizzate dalle gestioni precedenti, ad essa dovrebbero essere riservati 80mila posti, oltre la metà del totale). Nel fascicolo pubblicato dal governo sul nuovo sito dei “MilleGiorni” (136 pagine che spaziano dai programmi alla valutazione, passando per la revisione del contratto), il primo capitolo è interamente dedicato alle assunzioni.

I costi: serviranno tre miliardi di euro
Le attese non sono andate deluse, la proposta di Renzi è ambiziosa: “A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 assunzione di tutti i ‘precari storici’ iscritti nelle Graduatorie ad esaurimento e dei vincitori e idonei dell’ultimo concorso bandito nel luglio 2012”. Stando alle ultime stime ministeriali, 150mila docenti in totale la cui odissea di incarichi a tempo determinato dovrebbe finire il prossimo settembre. Tutti dentro e tutti subito (in un solo anno, e non spalmati su un triennio come si era vociferato). Si parla anche delle coperture. Serviranno ben tre miliardi di euro, che diventeranno quattro a dieci anni dall’entrata in vigore del provvedimento. Ma per il primo anno solo uno, ed è questo l’obiettivo che il governo si pone per la prossima Legge di Stabilità (dove dovranno essere stanziate le risorse). Queste stime potranno essere riviste al ribasso grazie al risparmio sulle supplenze brevi (non totale, circa 350 milioni sui 600 spesi ogni anno) e alla revisione del contratto dei docenti, con una progressione di carriera basata sul merito e non sull’anzianità (condizione fondamentale per rendere possibile la stabilizzazione, aggirando gli oneri della ricostruzione di carriera dei precari).

Festeggiano i precari storici per la riforma-sanatoria
Il piano straordinario di immissioni in ruolo si configura allora soprattutto come una sanatoria di situazioni precedenti: un colpo di scopa sul Concorsone 2012, che per vari motivi ancora non era stato del tutto assorbito. Ma soprattutto sulle GaE, le liste che assegnano cattedre e supplenze annuali, che l’Italia si trascina dietro da anni: un enorme ostacolo a qualsiasi tipo di programmazione, visto che la legge obbliga a pescare da questo bacino per il 50% di tutte le assunzioni autorizzate. La buona notizia per tutti, precari vecchi e nuovi, è che presto potrebbero non esistere più: si ripartirà da zero, e finalmente sarà possibile bandire concorsi per tutti i posti disponibili (e non solo metà del fabbisogno). I delusi sono i nuovi precari, quelli che non hanno fatto a tempo ad iscriversi nelle liste ad esaurimento, e sono collocati invece nelle Graduatorie d’Istituto che assegnano le supplenze temporanee. Per loro, che non verranno inclusi nel piano di assunzioni (nei giorni scorsi si pensava che almeno una fetta delle 150mila stabilizzazione potesse riguardarli), il governo ha comunque pensato ad un concorso. Bandito però su base triennale (e non biennale, come era sempre stato promesso) e da “soli” 40mila posti (previsti dal turnover) tra il 2016 e il 2019. Chi non troverà spazio in organico resterà iscritto nelle Graduatorie d’Istituto, che non scompariranno, come era stato paventato: verranno impiegate per l’assegnazione degli incarichi (lunghi o brevi) che anche i nuovi organici funzionali non riusciranno a coprire; e soprattutto saranno riservate ai soli abilitati, con l’eliminazione della prima e della terza fascia (in cui trovavano spazio rispettivamente gli iscritti in GaE e i non abilitati). Per quest’ultimi il prossimo concorso (aperto a tutti) sarà l’unica chance per entrare nella scuola: poi per puntare ad un incarico dovranno sanare la propria posizione e conseguire l’abilitazione. Ma alla lunga i benefici dell’eliminazione delle graduatorie ad esaurimento dovrebbero riguardare tutti.

Addio al Tfa (Tirocinio formativo attivo)
Cambia il sistema di reclutamento (con lo svuotamento delle graduatorie e le assunzioni solo per concorso, a partire dal prossimo triennio 2016/2019), cambia anche il sistema di formazione. Il Tfa (Tirocinio Formativo Attivo, istituito dall’ex ministro Profumo come canale abilitante nel 2011) dopo appena tre anni è già morto. Si torna al passato, con il percorso di abilitazione incluso all’interno di quello universitario. Chi aspira alla carriera di docente potrà iscriversi, nell’ambito del corso di laurea di propria specializzazione, ad un biennio specialistico caratterizzato da corsi di didattica e pedagogia. L’accesso sarà a numero chiuso, legato al fabbisogno reale stimato dal Ministero, con una selezione sulla base di titoli ed esami. Al termine del biennio ci sarà un secondo momento di tirocinio nella scuola: sei momenti sotto la supervisione di un “docente mentor” (una specie di tutor) al termine dei quali, in caso di valutazione positiva, si conseguirà l’abilitazione. In caso di valutazione negativa il tirocinio potrà essere ripetuto solo una volta. Chi invece dovesse decidere di puntare alla carriera di insegnante ad anni di distanza dalla laurea, dovrà sostenere gli esami integrativi partecipando alla selezione a numero chiuso.

Autonomia e valutazione
La questione della valutazione dei docenti è direttamente collegata alla revisione del contratto. “Non c’è autonomia senza responsabilità, non c’è responsabilità senza valutazione”, si legge nel fascicolo. In questo sillogismo c’è tutta l’intenzione del governo di accelerare di dare più poteri ai dirigenti scolastici nella gestione degli istituti. I presidi diventeranno un ruolo centrale: potranno scegliere i docenti a cui affidare le attività extra della scuola e premiarli anche economicamente. Per far questo, però, dovranno essere più preparati e saranno reclutati diversamente: non più bandi regionali (sempre molto travagliati negli ultimi anni), ma un corso-concorso della Scuola nazionale dell’amministrazione, che gli equipara ai dirigenti di Stato. Avanzamento di carriera del dirigente scolastico sarà la figura dell’ispettore, chiamato – nell’ambito del nuovo Sistema nazionale di valutazione (Snv) – a giudicare l’operato delle scuole. La valutazione degli insegnanti invece dovrebbe ricadere sugli organi collegiali interni, di cui faranno parte i cosiddetti “docenti mentor” (cui spetterà anche il giudizio finale sull’abilitazione dei tirocinanti). Tutti i docenti con i loro curriculum verranno iscritti in un grande registro nazionale, a disposizione dei presidi per scegliere i profili più adatti alle attività supplementari della propria scuola. Mentre il nuovo Sistema nazionale di valutazione (Snv) elaborerà per ogni istituto un piano triennale di miglioramento, da cui dipenderanno parte dei fondi per l’offerta formativa (il Mof, che verrà rifinanziato) e anche la valutazione e la retribuzione degli stessi presidi.

Programmi: musica, arte e lavoro. Via libera ai finanziamenti privati
La seconda parte del fascicolo riguarda invece l’offerta didattica. Matteo Renzi punta a recuperare il “patrimonio storico-culturale” del Paese: dunque insegnamento pratico della musica, sia nelle scuole primarie (dove verrà reintrodotto con due ore a settimana) che nelle secondarie; e recupero della storia dell’arte e del disegno, soprattutto nel biennio dei licei. Per entrambe le misure sarà sufficiente impiegare una parte dei 150mila neoassunti. Investimenti importanti anche nell’educazione motoria, con la novità di un’ora a settimana nelle classi dalla seconda alla quinta elementare. E poi un piano (ancora da approfondire) per lo sviluppo delle lingue straniere, con la preparazione dei docenti all’insegnamento delle loro discipline in lingua straniera. Il governo scommette anche sull’informatica: per completare la “rivoluzione digitale” mai realmente attuata nelle scuole italiane, debutterà il “coding” (la programmazione) fra le materie di insegnamento; poi ancora una promessa sulla connessione degli istituti, e marcia indietro su strumenti più “pesanti” (come le Lim) che non hanno portato i risultati sperati. Il resto riguarda l’alternanza scuola-lavoro, che verrà notevolmente potenziata, soprattutto negli istituti tecnici e professionali, con almeno 200 ore l’anno che costeranno almeno 75 milioni di euro (attualmente lo Stato ne spende solo 11) e coinvolgeranno attivamente docenti e aziende. Per fare tutto questo il governo promette più fondi. Ma apre anche le porte all’investimento nella scuola pubblica di soggetti privati, con le scuole che dovranno costituirsi in fondazioni per ricevere finanziamenti esterni. E questa, insieme alla revisione del contratto e degli scatti di carriera, è probabilmente la parte del progetto più controversa e su cui ci saranno più polemiche.