Le parole smart city (‘città intelligente’) e open data nel contesto territoriale hanno un sicuro fascino, a patto che i risultati delle analisi e dell’utilizzo delle tecnologie, poi determini un risultato utile. Il “caso Roma” del recente passato appare sintomatico per comprendere quanto tali parole possano rivelarsi, se non adeguatamente guidate, un ossimoro. Prendiamo ad esempio il caso degli open data, ovvero una Pubblica Amministrazione trasparente, nel sistema dei trasporti pubblici romani.

L’agenzia per la mobilità romana mette a disposizione un servizio di open data su dati Atac (la società di trasporti del Comune di Roma) che consente di verificare la posizione (e la velocità di arrivo alle fermate) del veicolo pubblico. Questa fonte informativa non sembra essere stata utilizzata, almeno nel passato, per verificare adeguatamente le ragioni della lentezza della flotta di trasporto più lenta d’Europa e per risolvere le cause di questa inefficienza. E ciò nonostante l’entrata in funzione recentemente sui mezzi pubblici romani del sistema di sicurezza satellitare (AVS) che consente il tracciamento e la localizzazione dei veicoli pubblici. Eppure l’inefficienza del sistema di trasporti romani appare evidente dall’indicatore della velocità commerciale media dei servizi pubblici (a Roma è di 15,4 km contro i 19 di Berlino e i 21 di Madrid). Inefficienza che in verità affligge molti trasporti pubblici italiani.

In Italia ci sono, infatti, insufficienze infrastrutturali, ovvero sotto-dotazione di linee metropolitane nelle principali città e di reti di metropolitane regionali nelle regioni più densamente popolate. Negli ultimi venti anni solo Napoli ha fatto registrare un netto aumento nella dotazione di metropolitane. I tempi di costruzione sono, in Italia, lunghissimi. Se a Madrid una linea di 41 km è stata costruita in 34 mesi (meno di un mese a km), a Roma e a Milano si è arrivati a più di un anno a km.

Va bene, quindi, open data, ma poi dalla verifica puntuale delle difformità dal sistema legale (o di efficienza attesa) devono scaturire le necessarie conseguenze. Con relative sanzioni altrimenti gli open data e le smart city rimangono termini buoni per tutte le stagioni senza una effettiva utilità. Le nuove tecnologie, ad esempio, possono portare un contributo decisivo anche alla tutela dell’ambiente.

Il tema dei rifiuti, come è accaduto in tutti i debutti delle nuove Amministrazioni del Movimento 5 stelle (da Parma a Livorno) ha subito preso il sopravvento anche a Roma. Gli annosi guai legati al rispetto del contratto di servizio tra Ama (la società in House di Roma) e il Comune e le possibili penali a carico dei dirigenti inadempimenti sono parte del problema. Il rapporto però tra enti territoriali e tra questi ultimi e le entità pubbliche e private dedicate allo smaltimento e il comportamento dei cittadini e all’abbandono dei rifiuti, deve essere però parte della soluzione: non si può esercitare per sempre il ruolo dello scaricabarile a danno dei cittadini. Peraltro lo scaricabarile istituzionalizzato è favorito dal caos istituzionale conseguente alla riforma del titolo V della Costituzione entrato in vigore nel 2001, che ha generato un sistema “folle” di rapporti tra Enti territoriale e tra questi e lo Stato.

A ciò si aggiunge un imperfetto (o nullo) uso delle nuove tecnologie per monitorare i comportamenti scorretti degli attori del sistema. La videosorveglianza dovrebbe essere impiegata per reprimere ad esempio in tempo reale il fenomeno del rovistaggio dei cassonetti, che a Roma è diventato una priorità di ordine pubblico per motivi igienico-sanitari. L’utilizzo di sistemi di videosorveglianza dei luoghi sensibili appare anche qui inevitabile. Anche i cittadini però dovrebbero fare la loro parte.

Per quanto si possa (e si debba) parlare di inefficienze legate al servizio fornito dalla società in house del Comune di Roma (evidenziate in un duro faccia a faccia davanti alle telecamere tra il nuovo assessore all’ambiente della giunta Raggi, Muraro e l’ad di Ama Fortini) non c’è dubbio che la stima effettuata da quest’ultimo, secondo il quale il 50% delle utenze non domestiche non conferisce correttamente nella raccolta differenziata, appare corretta.

L’incontro dell’assessore all’Ambiente Paola Muraro nella sede di Ama

Si può realizzare la città più green del mondo, ma se i cittadini (gli esercizi commerciali sopra tutti) non fanno la raccolta differenziata, tutto appare inutile, soprattutto se il regime di smaltimento dei rifiuti indifferenziati sta oramai da anni, come si dice a Roma, “a caro amico”.

Da questo punto di vista, al fine di far rispettare le sanzioni modificate anche di recente con la legge 221 del 2015, appare necessario adottare dal punto di vista delle nuove tecnologie strategie simili a quelle adottate da altre città, come ad esempio Pomezia (pur con le dovute differenze dimensionali), che ha recentemente installato telecamere di videosorveglianza per sorvegliare i luoghi di abbandono dei rifiuti.

Insomma open data e smart city anche a Roma, si ma con assunzione di responsabilità (e sanzioni) per chi sbaglia.