Per l’amor di Dio, si può non trasformare la battaglia per il No al referendum costituzionale di ottobre nella battaglia dei vecchi arnesi della politica venuti a dirci come si sta al mondo? Questa deve essere una battaglia dei giovani per il futuro. È chiaro che qualcuno voglia trasformarla in effetti nella resa dei conti, nell’Armageddon che farà cadere il governo Renzi (se si vuol prestare fede alle promesse del presidente del Consiglio e dei ministri Padoan e Boschi), ma noi che c’entriamo? Certo è stato Renzi a farla diventare tale, per l’appunto legando il destino del governo all’esito del referendum. Ma ora quella personalizzazione, che lo danneggiava – tanto che negli ultimi tempi ha smesso di rievocarla perché ha capito che molti avrebbero votato No a prescindere, pur di mandarlo a casa – potrebbe trasformarsi in un punto a suo favore, qualcosa che suonasse, nella narrazione renziana, come “tutti i vecchi sono a favore del No”.

È ovvio che la retorica della contrapposizione tra giovani e vecchi fa ridere, a partire dal fatto che il principale sponsor della modifica costituzionale sia quel Giorgio Napolitano che non è proprio un giovanotto, essendo nonagenario. Eppure occorre anche comprendere le ricadute che una prima linea del No fatta tutta di vecchi papaveri può avere proprio per lo storytelling del presidente del Consiglio. Triste, perché è evidente che i contenuti così passano in secondo piano. Allo stesso tempo, tuttavia, occorre riconoscere che non è certo colpa di quei “vecchi” se i giovani non vengono interpellati: in tv a spiegare le ragioni del No non se ne vedono molti.

Certo i “vecchi” sono talvolta – quando non abbiano invece contribuito direttamente allo sfacelo in cui ci troviamo – personaggi di spessore, combattivi e capacissimi come molti degli uomini che hanno solcato i mari della prima Repubblica, uomini di una tempra e di una preparazione che oggi sarebbe difficile da rintracciare nel personale politico corrente. A loro è utile rivolgersi in cerca di consigli, di letture del mondo. Tuttavia quei “veterani” dovrebbero chiamare accanto a sé le nuove leve, seguendo percorsi di selezione che esaltino le competenze e le intelligenze.

Ma, e per andare alla sostanza, perché una battaglia dei giovani? Non sarà anche questa una concessione alla logica rottamatoria? No, perché i giovani di cui parlo dovrebbero lottare per un futuro in cui contare qualcosa, laddove evidentemente il combinato disposto dell’Italicum e della riforma Boschi consegna ancora e di nuovo il potere in mano ai partiti, i quali a loro volta si sono trasformati in gusci vuoti a struttura verticale, senza base ma con soltanto elettori, e con un leader all’apice.

I giovani, categoria che ormai si estende oltre il dato anagrafico fino a comprendere i quarantenni, e che piuttosto si fonda sulla situazione di precarietà che ormai li contraddistingue da decenni, non hanno mai contato granché in questo Paese. A meno di non essere cooptati secondo le logiche di riproduzione di saperi e poteri da parte delle élite. Sarebbe il caso che quei giovani riprendessero in mano il loro futuro a partire dalla partecipazione politica, la quale – tramontati i partiti di massa – deve trovare certo nuove forme, a partire dalla partecipazione al voto anche referendario.

Qualcuno ha detto che non è bene che i giovani, in particolare i giovani accademici, firmino appelli, al fine di evitare di esporsi a ritorsioni che si riverbererebbero sulle loro carriere universitarie. È chiaro che il ragionamento, se pure realistico, denuncia tutta la gerontocrazia delle classi dirigenti. Gerontocrazia trasversale, di là camuffata con le parole d’ordine della rottamazione, di qua con il richiamo all’esperienza e alla sapienza.

Un’alleanza intergenerazionale e generosa, ecco cosa ci vorrebbe: i vecchi traghettino i giovani, li aiutino a riprendersi il futuro, facendosi pian piano da parte. Non si tratta di rottamare, termine volgare buono per una battaglia mediatica ampiamente disattesa nei fatti: si tratta di fare i “padri nobili“. Si tratta di lasciar parlare gli altri dopo aver dato il proprio contributo (se contributo c’è stato, ed è stato buono). Gli spazi non sono infiniti, né si può aspettare di diventare “saggi” per poter esprimere il proprio parere sulle cose. In questo, inutile negarlo, il renzismo ha straordinariamente colto un punto: la voglia dei giovani di contare qualcosa.