Almeno ci fosse stata tranquillità in famiglia. Ma nemmeno quella c’era: con gli zii era tutto un discutere, uno spiegarsi, quasi un litigare. Però Paolo ce l’aveva fatta. Si era laureato e il ministero dell’Istruzione gli aveva dato una borsa di studio: tra oltre 300 candidati lo aveva scelto come uno dei 36 giovani che per un anno avrebbero dovuto promuovere la cultura italiana all’estero. Ed era partito per il Nord Reno Westfalia, la sua seconda patria, il posto dove lo zio Simone li aveva allevati. Paolo adesso lavorava in una scuola, faceva il lettore d’italiano. Chissà, forse presto sarebbe diventato professore. Angelo no. Lui ci aveva rinunciato.

Suo padre e Pino Lipari per anni avevano discusso per lettera della sua carriera universitaria. Bernardo e l’Ingegnere erano preoccupati perché le cose non davano come avrebbero dovuto. «Mi sembra superfluo dirti», scriveva Lipari «che sarebbe utile che il ragazzo s’impegnasse a portare a termine i suoi studi, magari con qualche sacrificio. La laurea per lui sarà meglio dell’eredità di un feudo e potrebbe affrontare la vita con una visuale diversa. Tu capirai che qualunque iniziativa commerciale o imprenditoriale sarà sempre sotto uno stretto controllo e poi ci vogliono un mare di capitali». Meglio studiare, che tentare subito una carriera da imprenditore: «Le agevolazioni sono tante e così pure i finanziamenti, ma in ogni caso per come sono adesso impostate le cose, prima bisogna realizzare le iniziative con capitali propri e poi lo Stato passa all’ erogazione dei finanziamenti».

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