Ragazzi, è accaduto: il Profeta ha fallito. Inaudito. Non mi accadeva dal 1954, quando peraltro mancavano ancora vent’anni alla mia nascita e mio padre aveva solo due anni, quindi l’errore fu suo. Non accamperò scuse: non avrei scommesso un euro su Raonic vincente su Federer. Dopo avere indovinato tutto ai quarti, persino il numero dei set di ogni incontro maschile, la portata del prodigio scanziano aveva costretto persino CNN, BBC e Al Jazeera a dedicare special di sette ore e mezzo sulla mia bravura. Persino Obama ha detto: “La storia dell’umanità, dopo Scanzi, non sarà più la stessa”. E non sarò certo io a dargli torto. Ieri, però, la realtà non si è voluta adeguare al mio volere.

Non so dirvi se io abbia sopravvalutato Federer (questo Federer) o piuttosto sottovalutato Raonic (questo Raonic). Mi immaginavo un Federer al quinto con Cilic, vincente su Raonic e poi (addirittura) favorito su Murray. Se fossi un ultrà federeriano, cosa che non sono mai stato né mai sarò, piangerei assai. Forse il treno Slam non passerà mai più. Occasione unica. Prima di ieri, Raonic era il vassallo perfetto con i Fab Four. Un tennista lento, ottuso, monocorde. Stolido, non carismatico, palloso: servizio, dritto e kaboom. Lo è ancora e lo spettacolo sta altrove. Ha sofferto tantissimo con Goffin, ha concesso qualcosa a Querrey e ha vinto al quinto con uno stanco Roger. Forse è merito anche di McEnroe, che (con Piatti e Moya) lo segue part time proprio a Wimbledon: quel che John tocca, spesso diventa oro. Raonic è il primo finalista Slam nato negli Anni Novanta. Era sotto due set a uno e, lì, credo che Federer abbia pagato il contrappasso dell’impresa con Cilic. Impresa, sì, ma anche fortuna: Cilic ha sprecato di tutto, dalle tre palle break sullo 0-40 3-3 terzo set (era avanti di due) fino ai match point falliti nel tie del quarto.

Il tennis toglie e il tennis dà: nel momento in cui lo svizzero ha ceduto ieri il quarto set 5-7, il suo match era segnato. E Raonic, il pallosissimo Raonic, al quinto ha meritato la vittoria. Niente da dire. Non ho mai amato la dittatura federeriana. Nel periodo 2003-2007 in particolare, il suo dominio grondava noia e sangue. Giocava da solo, ogni Slam aveva (quasi sempre) trama scontata e in finale intercettava figuri marginali come Roddick (mamma mia), Hewitt, Philippoussis, Soderling, Gonzalez, Ferrer. Vassalli che, al suo cospetto, si inchinavano quietamente come Benigni e Troisi di fronte al “santissimo” Savonarola. Sono stati tempi di una noia mortale e sia sempre lodato Nadal per avere interrotto quella gigantesca rottura di palle: Rafa mi è distante come gioco e Roger è fenomeno sublime, ma il tennis si gioca in due. Altrimenti è onanismo. E Federer, per anni, si è masturbato in campo a uso e consumo unicamente dei suoi fans: yeoooownn.

Ora però che Roger non è più il despota efferato che è stato, e ora che non elargisce più sadicamente i 6-0 ai poveri Henman per collezionare record, mi è tornato simpatico come quando a inizio carriera spaccava racchette e si ossigenava i capelli. Nel momento esatto in cui ha smesso di essere il Dittatore dello stato poco libero del Politicamente Corretto, l’ho (ri)trovato finalmente fallibile. E dunque gradito. Si meritava ancora una finale a Wimbledon e sarebbe stato bello vedere piangere Murray, lui come quella hooligan carnivora di sua madre e quelle migliaia di inglesi che lo tifano quando vince e lo chiamano “scozzese” quando perde. Avremo invece una delle finali più brutte nella storia dell’uomo: mi guarderò bene dall’assistere a cotanto scempio estetico. A questo Wimbledon ho già sbagliato Djokovic “vincitore sicuro” e Federer “finalista sicuro”. Me ne dolgo e chiedo venia. Non ho invece sbagliato nulla su Murray, che come previsto ha concesso qualcosa solo a Cassius Jo. In finale, domani, lo immagino vincente sicuro. E’ già accaduto tre settimane fa al Queen’s, quando Raonic vinse il primo e poi si sciolse puntualmente. I precedenti dicono 6-3 Murray, ma lo scozzese ha vinto gli ultimi cinque incontri. Prevedo mattanza canadese e sangue ovunque: una macellazione a cielo aperto. Beninteso, se sbagliassi ancora, non festeggerei col pennellone statico Milos, ma certo brinderei al dolore sportivo del vampiro pallettaro.