Lascio una grande eredità. Questi ragazzi sono una macchina da guerra”. Antonio Conte si congeda così, dopo un Europeo giocato sempre a testa alta. Zero rimpianti. Da qui riparte l’Italia: ha battuto i campioni d’Europa e ha trascinato fino ai rigori la Germania, giocandoci alla pari. Lo ha fatto nonostante le assenze – pesantissime – di Marchisio e Verratti fin dal ritiro, alle quali si sono poi aggiunti gli infortuni di Candreva e De Rossi. Quattro undicesimi della formazione titolare, uomini di esperienza e qualità. Se la nazionale non ne ha risentito, i meriti sono di Antonio Conte. Ha convinto i suoi uomini che non erano secondi a nessuno, li ha martellati fino a renderli sicuri di poter giocare alla pari e battere qualunque avversario. La risposta è stata positiva: gli azzurri hanno acquisito consapevolezza, comprendendo che il pensare da squadra può compensare un gap tecnico innegabile rispetto alle big del torneo. Ha creato appunto una macchina da guerra, capace di battersi alla pari anche con i panzer tedeschi.

Da qui inizia la marcia verso la Russia dell’Italia, ora orfana di chi ha costruito tutto questo rendendola una squadra molto più simile a un club che a una selezione. È lo spirito del 2006, quello di Marcello Lippi. Allora la montagna venne scalata fino alla vetta, grazie a un tasso di classe nettamente superiore. A questo gruppo mancava nel Dna, tra assenze e i problemi profondi del calcio italiano, dimenticati per venti giorni grazie al lavoro certosino di Conte che ha riportato gli italiani ad apprezzare l’azzurro-Italia.

La sua eredità è tutta qui. Nello spirito e nelle certezze. Marchisio e Verratti guariranno, Candreva ha ancora polmoni da spendere per molti anni. Questo patrimonio – che tutti credevano assai più povero – finirà nelle mani di Giampiero Ventura. Il tesoretto del 2006 venne disperso. Quello lasciato da Conte non è titolato ma comunque corposo. Il prossimo allenatore dell’Italia ha già saputo gestire quel che il suo predecessore aveva seminato. Accadde a Bari dove trascinò la squadra al decimo posto in Serie A, dopo la promozione conquistata dal tecnico salentino.

Quella squadra diede spettacolo. Ci sarà ancora l’uso delle fasce in maniera perpetua – con il 4-2-4 – e la qualità garantita dal rientro di Marchisio e Verratti sarà un’addizione importante per colmare i passaggi a vuoto che ci sono stati, seppur mascherati da folate e cinismo, in fase di costruzione a causa di una qualità di base che resta inferiore a tanti altri cicli. Anche in questo Ventura sarà fondamentale. Dovrà andare a scovare gli emergenti, valorizzandoli come ha fatto in passato e recentemente al Torino esaltando giocatori come Cerci e Immobile che altrove non hanno espresso lo stesso calcio. Ce ne sono pochi, in un campionato con il 58% di stranieri nelle rose. E manca il tempo per lavorare. “Mi hanno lasciato solo”, sono state le ultime parole dell’ormai ex ct in conferenza stampa. Il difficile, ma anche il bello, viene adesso: mescolare il contismo con il gioco che Ventura ricerca ossessivamente. Sperando che i club e la Federazione si ricordino che un quasi “miracolo” come questo Europeo è figlio del lavoro di una piccola macchina da guerra spinta da ventitré persone e un generale inesauribile. A volte basta, altre no.