Anche il mondo scientifico è in subbuglio per la decisione del Regno Unito di voltare le spalle alle Ue. Si teme per l’impatto che il referendum che ha visto vittorioso il Leave avrà sui fondi di ricerca e sulla circolazione dei cervelli.

“La scienza non ha confini, né politici né etnici né religiosi” rassicura l’oncologo Umberto Veronesi per cui nemmeno la Brexit potrà alzare un muro nel dialogo e nella collaborazione fra i ricercatori: “Sul sistema della conoscenza non credo che questo risultato avrà un impatto dirompente – dice all’AdnKronos – Va considerato che anche dal punto di vista scientifico l’Inghilterra ha sempre mantenuto una politica isolazionista. Ad esempio – precisa l’ex ministro della Sanità – nel mondo della ricerca è noto che gli inglesi tendono a condurre i loro studi all’interno del Paese, nonché a sviluppare politiche sanitarie calibrate sulle caratteristiche della popolazione di origine britannica”. Anche per questo lo scienziato non prevede che la Brexit si tradurrà in uno tsunami per il settore. L’idea è che sarà più uno scossone di un terremoto. “Sono convinto che in ogni caso la comunità scientifica internazionale potrà mantenere i suoi rapporti con la Gran Bretagna, anche se – conclude Veronesi – potrebbe succedere che alcuni enti europei che attualmente hanno sede a Londra, per esempio l’Agenzia del farmaco Ema, dovranno cambiare sede”.

Il mondo scientifico britannico però teme che la decisione possa portare a una drammatica riduzione dei fondi per la ricerca. A esprimere forti preoccupazioni per le conseguenze della Brexit è, in una nota, la più antica e prestigiosa istituzione scientifica britannica, la Royal Society. Il presidente, il biochimico e biofisico di origine indiana Venkatraman Ramakrishnan, lancia l’appello perché “la ricerca, che è il fondamento di un’economia sostenibile, non subisca tagli” e perché “il governo assicuri che il livello complessivo dei finanziamenti sia conservato”.

In passato, infatti, “la scienza britannica è stata ben sostenuta dai fondi europei, che sono stati un’integrazione essenziale ai fondi britannici per la ricerca”. Il venire meno di questi finanziamenti dovrà quindi essere necessariamente compensato dal governo britannico.
Il secondo punto che preoccupa la Royal Society è che possa venire meno il carattere internazionale della ricerca: “Uno dei punti di forza maggiori della ricerca britannica – rileva Ramakrishnan – è sempre stata la sua natura internazionale e abbiamo bisogno di continuare ad accogliere ricercatori e studenti che arrivano dall’estero. Qualsiasi insuccesso nel mantenere immutato il libero scambio di persone e idee tra la Gran Bretagna e la comunità scientifica internazionale, compresa quella europea, potrebbe seriamente danneggiare la scienza britannica”. La terza sfida posta dalla Brexit è la possibilità di conservare relazioni di collaborazione con i Paesi europeo: “Molte sfide globali – rileva il presidente della Royal Society – possono essere affrontate solo da Paesi che collaborano tra loro ed è più facile lavorare insieme quando politiche e regole sono coerenti. Nel negoziare le future relazioni con l’Europa – conclude – dobbiamo assicurare che non porremo in atto barriere non necessarie che inibiranno la collaborazione”