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“Servono autopsia ed esami per capire l’origine del focolaio”, Pregliasco sul caso del bimbo morto a Catanzaro: “Nessuna conclusione affrettata”

Il medico sul caso dell’asilo nido di Tropea: “Più casi di gastroenterite sono un elemento importante, ma non significa automaticamente stessa infezione”. Le ipotesi su virus e batteri
“Servono autopsia ed esami per capire l’origine del focolaio”, Pregliasco sul caso del bimbo morto a Catanzaro: “Nessuna conclusione affrettata”
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“La morte di un bambino così piccolo è una tragedia che colpisce profondamente tutti e impone il massimo rispetto per la famiglia e la massima cautela sul piano scientifico”. Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell’Università Statale di Milano, interviene sul caso del bambino di 18 mesi morto all’ospedale di Catanzaro dopo essere stato ricoverato con sintomi compatibili con un’infezione batterica. Il piccolo frequentava un asilo nido di Tropea, in provincia di Vibo Valentia, lo stesso frequentato da altri bambini che nei giorni scorsi hanno accusato sintomi simili e sono stati ricoverati. Per il medico, però, è ancora presto per stabilire un collegamento diretto tra il decesso e il possibile focolaio.

“In questa fase è fondamentale evitare conclusioni affrettate: sappiamo che esiste un gruppo di bambini con sintomi gastroenterici, ma non conosciamo ancora con certezza quale sia il microrganismo responsabile, né se vi sia un nesso causale diretto tra il focolaio e il decesso”, spiega Pregliasco. “Saranno l’autopsia, gli esami microbiologici e l’indagine epidemiologica a fornire le risposte necessarie”. Secondo l’esperto, la presenza di più casi nello stesso ambiente rappresenta un elemento rilevante dal punto di vista epidemiologico, ma non consente ancora di identificare la causa dell’episodio. “Quando si verifica un cluster di gastroenterite in un asilo nido – analizza Pregliasco – la prima ipotesi è quella di una trasmissione per via oro-fecale, una modalità particolarmente efficiente nei bambini molto piccoli”.

La stretta convivenza, la condivisione degli spazi e la fisiologica difficoltà dei bambini più piccoli nel rispettare autonomamente le norme igieniche possono infatti favorire la circolazione di diversi agenti infettivi. Tra quelli possibili, lo scienziato cita virus come norovirus e rotavirus, ma anche batteri quali Salmonella, Shigella, Campylobacter e alcuni ceppi di Escherichia coli. “Identificare con precisione il patogeno è essenziale perché ogni agente ha caratteristiche epidemiologiche, modalità di trasmissione e possibili complicanze differenti”, sottolinea Pregliasco, spiegando che l’indagine in corso dovrà ricostruire ogni passaggio della catena epidemiologica.

Gli accertamenti dovranno verificare diversi elementi: eventuali alimenti consumati in comune dai bambini, la qualità dell’acqua, le procedure di preparazione e conservazione dei pasti, le condizioni igienico-sanitarie della struttura, i contatti tra piccoli e operatori e la presenza dello stesso microrganismo nei campioni biologici o in eventuali campioni ambientali. “È questo il metodo che consente di comprendere se ci troviamo di fronte a una fonte comune di esposizione oppure a una trasmissione interpersonale”, chiarisce il virologo.

Pregliasco invita inoltre a non trasformare l’episodio in un allarme generalizzato per gli asili nido. “I nidi e le scuole dell’infanzia non sono luoghi intrinsecamente pericolosi, ma ambienti nei quali la circolazione delle infezioni gastrointestinali è favorita dalla stretta convivenza”, afferma. Per questo, ricorda l’esperto, esistono protocolli specifici: isolamento dei casi sintomatici, sospensione della frequenza fino alla guarigione, lavaggio accurato delle mani, sanificazione degli ambienti e interventi coordinati dei Dipartimenti di Prevenzione quando necessario.

Resta centrale anche la diversa risposta dei bambini alle infezioni. “Il fatto che siano stati segnalati più casi rappresenta un elemento importante dal punto di vista epidemiologico, ma non significa automaticamente che tutti abbiano sviluppato la stessa infezione o che abbiano avuto la medesima gravità clinica”, precisa Pregliasco. Nei bambini molto piccoli, infatti, le conseguenze possono variare sensibilmente: alcuni superano la malattia senza particolari complicazioni, mentre altri possono sviluppare quadri più gravi legati alla disidratazione, alla diffusione sistemica dell’infezione o, in casi specifici, all’azione di tossine. “La priorità assoluta è duplice: da un lato garantire la migliore assistenza ai bambini ancora ricoverati e monitorare tutti coloro che hanno manifestato sintomi; dall’altro individuare rapidamente l’origine dell’episodio per evitare ulteriori casi”, conclude Pregliasco. “Solo dati scientifici solidi consentiranno di stabilire con certezza che cosa sia accaduto e mettere in atto le misure più efficaci per prevenire eventi analoghi in futuro”.

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