Viene da chiedersi cosa sarebbe successo se un bel giorno nella vita di John Lennon e Paul McCartney non fossero arrivate Yoko Ono e Linda Eastman, da quel momento in poi, non a caso, Yoko Ono e Linda McCartney. Stiamo ovviamente parlando della voce, non ufficiale ma assai ufficiosa, per cui i Beatles si sciolsero per banali questioni di donne, con la pubblicazione di Let It Be, nel 1970. Cosa sarebbe stato dei Beatles se John, Paul, George e Ringo non avessero iniziato in qualche modo a odiarsi, già dal 1968, e non si fossero sciolti? E soprattutto, cosa sarebbe successo a noi? Quanta altra musica avrebbero tirato fuori? Che tipo di musica? Per quanto tempo?

Domande stupide, perché la storia non si può certo scrivere cosi se e coi ma. Ma domande lecite, perché se è vero come è vero che tutti e quattro i protagonisti di questa favolosa storia hanno poi continuato a fare piccoli e grandi miracoli, almeno finché la morte non si è presa prima John e più recentemente George, è anche vero che da questi dieci anni di carriera insieme è davvero “venuto fuori di tutto”. Si parla, ovviamente, di canzoni, e quelle le conosciamo tutte. E anche di influenze, e quelle, volendo le possiamo andare a ricercare nelle carriere di mezzo mondo, almeno della musica cosiddetta occidentale. Ma si parla anche di tutto quel che al gruppo è girato intorno. Libri, film, documentari, pieces teatrali, musical. Davvero di tutto.

In autunno sarà la volta di un nuovo film. E fin qui, ovviamente, potrebbe rientrare nella routine. Non fosse che a dirigerlo non sarà un regista qualsiasi, ma il pluripremiato agli Oscar Ron Howard, pronto per presentare al pubblico il suo film documentario sui primi anni dei Beatles, Eight Days a Week- The Touring Years. Per primi anni, avendo la leggenda Beatles una vita di dieci anni in tutto, si intende dal 1963 al 1966. A fare da ossatura al film, quindi, i circa duecentocinquanta concerti tenuti dai tempi del Cavern Club, fino all’ultima data del mitico tour statunitense, quella presso il Candlestick Park di San Francisco nel 1966. Il film scorre su due binari paralleli, ci fa sapere direttamente il regista, da una parte c’è stata una operazione da vero e proprio cinefilo, con giorni e giorni passati a spulciare tutte le immagini pubbliche, i live, i dietro le quinte, relativi a quegli anni. Un modo originale per raccontare di un successo senza precedenti, prima e dopo di loro. Dall’altra c’è il racconto del modus operandi dei Fab Four, con situazioni di studio, riunioni, tutte documentate. Anche qui, un modo d’autore per raccontare come costruire un successo planetario non sia operazione facile e che si ottiene senza sforzi, solo grazie al talento.

Ron Howard, del resto, di successo costruito passo dopo passo se ne intende, partito come attore nella serie Happy Days, dove interpretava il ruolo di Ricky Cunningham, è passato presto dietro la macchina da presa, finendo per diventare uno degli autori hollywoodiani di maggior successo, con film come A Beautiful Mind, con cui ha vinto l’Oscar, Il Codice Da Vinci, Apollo 13 e Rush, oltre a tanti altri. Un grande regista di fiction, quindi, che ha però già in precedenza ha affrontato il documentario musicale, con Made in America, del 2013, opera nella quale affrontava un megafestival messo in piedi dal rapper e produttore Jay-Z. Il film uscirà in autunno, giusto in tempo per concorrere ai prossimi Oscar. Ancora una volta si tornerà a parlare di The Beatles, delle loro canzoni, delle loro vite. La chiamano musica leggera, ma Dio quanto è importante per tutti noi.