Le operazioni nostalgia sono un’arma a doppio taglio, soprattutto in tv: il rischio, guardando le repliche di programmi cult di tanti anni fa, è quello di farsi orrore da soli, da capire che quello che ci faceva impazzire all’epoca oggi è inguardabile, mostruosamente trash, imbarazzante.

È il caso del Non è la Rai Day, una giornata interamente dedicata al programma che ha segnato la generazione degli anni Novanta, cresciuta con le ragazze scatenate guidate da Gianni Boncompagni. Su Mediaset Extra, da domenica mattina e fino a notte inoltrata, vanno in onda tanti spezzoni delle avventure televisiva di Ambra & co., con l’ovvio effetto nostalgia sui social network (l’hashtag #NonèlaRaiDay è al secondo posto tra i trending topic di Twitter).

Tra stacchetti scatenati e imbarazzanti, giochi improbabili, telefonate evidentemente fasulle, canzoni in playback cantate malissimo, ciuffi che sfidano le leggi della fisica e sguardi ammiccanti in telecamera, il Non è la Rai Day ci mostra come eravamo e ci obbliga a fare i conti con i gusti di venti anni fa.

Dal 1991 al 1995, Non è la Rai ha accompagnato i pomeriggi di una generazione intera. Ballavamo tutti (tutti, nessuno escluso) Please don’t go, ci innamoravamo di Mary Patti o di Ambra Angiolini, di Laura Freddi e Francesca da Bellaria, avevamo i quaderni di Non è la Rai (e di Beverly Hills 90210). La generazione cresciuta nella prima metà degli anni Novanta è anche frutto di quel programma. Un cult che aveva provocato anche molte polemiche (ricordate “Delusa” di Vasco Rossi?) e che rivisto oggi fa effettivamente rabbrividire.

Una accozzaglia di frattaglie televisive evidentemente boncompagniane che sono entrate nella storia della televisione semplicemente perché avevano aperto gli studi televisivi a orde di teenager ambiziose, pronte a tutto pur di fare successo in tv.

Gli anni Novanta sono stati orribili, culturalmente e televisivamente, ma forse non siamo ancora pronti ad ammetterlo. Ambra, oggi bravissima attrice, all’epoca era il simbolo della vacuità di anni balordi, fatti di manette tintinnanti, Sanremo baudiani, berlusconismo arrembante in politica. Ci divertivamo, allora, perché eravamo ragazzini senza pensieri o preoccupazioni. Ci vergogniamo un po’, oggi, a rivedere come eravamo e cosa ci faceva perdere la testa.

Ogni epoca ha una propria estetica, per carità, e paragonare decenni così diversi (e fasi della vita così distanti) forse è un esercizio sbagliato. Forse dovremmo semplicemente guardare le repliche di Non è la Rai con il distacco di chi è cresciuto e non dovrebbe rinnegare nulla. Quando, però, ci accorgiamo solo adesso di cose che all’epoca non capivamo (l’auricolare attraverso il quale Boncompagni telecomandava le ragazzine, i movimenti ammiccanti che stonano addosso a quindicenni, la scarsissima qualità televisiva) un po’ di scoramento ci assale.

E pensiamo che forse abbiamo perso più di qualche anno, all’epoca. Ci siamo formati culturalmente su una menzogna, su un inganno televisivo, su una trashata che oggi stroncheremmo senza indugi.

Non rinnegare e non restaurare, dunque. Perché quello che è stato non si può cambiare, quello che è e quello che sarà fortunatamente sì. Non è la Rai aveva senso in quegli anni balordi e vacui, oggi no. E allora spegniamo la tv, oggi, perché la tristezza e la pena prendono il sopravvento.