Ohi Maria ti amo, ohi Maria ti voglio”. La legalizzazione della cannabis è il sogno proibito degli italiani. Più di Cicciolina o di Belen. Più del non dover pagare le tasse o del parcheggiare in doppia fila. Chi non si è mai fatto una canna in vita sua alzi la mano. Roberto Giachetti, oggi in terribile affanno a riconquistare il Campidoglio a Roma, tempo fa disse che perfino in Parlamento “girano parecchie canne”. “Un’ebbrezza ma un po’ più frizzante, come bere il vino”, spiegò il democratico. Ad ognuno il suo effetto e il suo piacere. Hashish o marijuana che sia. Che pure a fatica nel nostro paese vengono depenalizzate.

Nel 2014 un colpe(tt)o di spugna della Corte Costituzionale cancellò l’inasprimento delle pene per la detenzione di droghe leggere della legge Fini-Giovanardi. Colpetto, appunto. Cestinato il limite di 5 grammi d’uso personale per non finire in cella, siamo tornati alle sanzioni amministrative della legge Vassalli-Jervolino-Craxi del 1990, anzi al referendum del 1993 che ne smussò un po’ gli angoli a forza. Marco Pannella manca già un po’ a tutti. Le sue battaglie civili, l’aborto e il divorzio, le aveva vinte. Quella dell’antiproibizionismo no. Un muro di gomma. Una montagna da scalare che nemmeno Messner. Ci provano ancora oggi i tardi epigoni radicali, sparsi e liberi qua e là tra le mille sigle parlamentari. Si chiama “Cannabis legale”, sottotitolo “intergruppo parlamentare”. Rollatina di attesa. Parafrasando la tirata di Roberto Saviano. “Il problema non è più dichiararsi favorevoli o contrari alla legalizzazione, piuttosto è regolare un mercato già libero”, c’è scritto nella schermata del loro sito web.

Cinque grammi innalzabili a 15 per uso privato ai maggiorenni senza obbligo di dichiarazione alle autorità, cita la proposta di legge depositata dallo schieramento trasversale che include anche due onorevoli berlusconiani. E ancora: cinque piantine coltivabili in casa, stavolta comunicando e vietando la vendita del raccolto. A tutto ciò segue la raccolta di 50mila firme per accompagnare il ddl. Ha firmato pure Pizzarotti. La accendiamo?

Per ora la cannabis si utilizza per uso terapeutico in Puglia dal 2010 e in Toscana dal 2012. Costi esorbitanti però, anche se il medico ha faticosamente prescritto la ricettina. Hanno tagliato la testa al toro gli abitanti, parecchi, del Colorado negli Stati Uniti. E’ lo storico emendamento 64, quello della legalizzazione della cannabis approvato dai cittadini nel 2014, che nel 2000 avevano già dato la stura all’utilizzo per fini terapeutici. A Denver si possono coltivare fino a sei piante in casa propria, e tenersi in tasca 1 oncia (28,35 grammi) di erba da fumare. Attenti però: basta fare mezzo passo fuori dallo stato, che so in New Mexico o Nevada e si finisce dentro. L’esempio del Colorado che ha fatto fiorire coffe shop, drugstore della canapa, e perfino resort dove fumare in santa pace, lo stanno seguendo gli stati di Washington, Oregon, Alaska e District of Columbia, con l’uso della cannabis che loro chiamano “ricreativo”.

Senza arrivare all’esempio dell’Uruguay, dove dal 2013 coltivazione e vendita di marijuana sono monopolio di Stato, basta registrare i tentativi portati avanti nella vicina Svizzera, la nazione dove negli anni ottanta si sperimentò la “stanza del buco” per l’eroina. Già il possesso di marjuana a fini personali porta ad un’ammenda di soli 100 franchi, poi non si contano più le proposte di esperimenti pilota per aree private dove fumare canne in pace. Sono decine gli appelli ufficiali da parte di politici e operatori del sociale da Zurigo, Berna, e Ginevra. Proprio qui nel 2015 era in programma l’apertura di un club della marjuana come chiesto dell’allora capo della polizia di Neuchatel, Olivier Gueniat. Se la ridono comunque dai coffe shop di Amsterdam. Fin dal 1975 tra le quattro profumate mura presenti nella capitale olandese si possono fumare fino a 5 grammi di hashish al giorno a testa. I risultati sono oggettivi: il consumo dei giovani da quelle parti è costantemente poco sotto il 10%, quando in Italia si sfiora il 30%. Altri esempi riusciti? I club della cannabis catalani, i “Maria Club”. L’esperienza spagnola dura da oltre una decina d’anni, e tra il 2011 e il 2014 si stima siano stati aperti in Catalogna oltre 300 club, grazie alla legge spagnola che permette 80 grammi per uso personale al mese, 5 piantine coltivate in giardino e uno spazio da aprire con tanto di tesserati. Conseguenze? Da un lato è diminuito il traffico di droghe leggere e dall’altro lo Stato che autorizza l’apertura con una gabella che rimpolpa le proprie esangui casse. L’importante per i “Cannabis Social Club” è non commerciare l’erba all’esterno e guadagnarci. Chiaro, si rischia la galera. Come l’associazione Pannagh di Bilbao finita sotto l’occhio della Suprema Corte Spagnola: 1 anno e otto mesi di prigione, più il pagamento di 500.000 euro di multa per “delitto contro la salute pubblica” ai 3 soci fondatori. Si presume un traffico illegale, occulto e nascosto. Ci vorrebbe un Pannella anche a Barcellona. Anzi no, serve un Cannabis Social Club in Italia. Qualcuno ha da accendere?