Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye! Il canto ripetuto all’infinito, come nenia ancestrale, la musica che secondo gli aborigeni ha creato il mondo e guida i passi dell’umanità, parte dal bordo ring e si estende all’infinito. In prima fila ci sono politici e celebrità, giornalisti e premi Pulitzer (Norman Mailer è li, prende appunti per scrivere The Fight), mafiosi di Las Vegas, dittatori africani e servizi segreti occidentali. Più indietro donne, uomini e bambini, tantissimi bambini. Sono quasi centomila persone. Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye! La cantilena travalica lo Stade du 20 Mai e si diffonde per le vie di Kinshasa, battute dalla pioggia e appestate dall’odore della morte degli oppositori politici, trucidati in quello stesso stadio da Mobutu Sese Seko, dittatore nero messo lì dalla Cia per massacrare il suo popolo e arricchire l’uomo bianco. Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye! L’urlo esce da Kinshasa, capitale del Congo Belga (oggi Zaire) e si diffonde per l’Africa, poi continua, supera gli oceani e attraverso la televisione entra nelle case di tutto il mondo. Visto, dall’alto, il pianeta ondeggia fino all’ottavo round. All’ottavo round Muhammad Alì stende George Foreman e si riprende il titolo mondiale. All’ottavo round è chiaro a tutti che quella cantilena non ha accompagnato un semplice incontro di boxe, ma un mito fondativo della modernità.

Muhammad Alì è morto nella notte di venerdì 3 giugno 2016 in un ospedale di Phoenix, dove era ricoverato da due giorni. Complicazioni respiratorie aggravate dal morbo di Parkinson, bisognerebbe scrivere, ma così si racconterebbe della morte dello sportivo più grande di tutti i tempi, ma pur sempre di un uomo. E invece è scomparso un mito, un demiurgo, quella figura senza cui “è impossibile che ogni cosa abbia nascimento”. E allora bisogna tornare all’ottobre del 1974, a Kinshasa. Quando George Foreman si presenta con un pastore tedesco, e agli uomini, alle donne e ai bambini tornano in mente le immagini della cruenta e sanguinaria dominazione coloniale belga. George Foreman, il “negro bianco” secondo Ali, che nel 1968 vince alle Olimpiadi di città del Messico e sventola orgoglioso la bandiera a stelle strisce, pochi giorni dopo che Tommie Smith e John Carlos salgono sul podio dei 200 metri con il pugno chiuso e il guanto delle Pantere Nere. Quando arriva a Kinshasa, Muhammad Alì la medaglia olimpica l’ha vinta anche lui, alle Olimpiadi di Roma 1960, ma poi una volta tornato in patria l’ha gettata in un fiume perché si è reso conto di essere stato uno schiavo che ha combattuto per e non contro il padrone.

Quando arriva a Kinshasa Muhammad Alì si presenta come l’uomo che combatte contro la segregazione razziale, che nato Cassius Clay si è convertito all’islam prendendo il nome di Ali, che ha partecipato ai cortei delle Pantere Nere, che è stato picchiato da poliziotti bianchi, che si è rifiutato di partire per la guerra del Vietnam dicendo “non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”, e per questo è stato arrestato, gli è stato tolto il titolo di campione e gli è stato impedito di combattere. Per questo tutti gridano Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye! Per questo tutti gridano “Ali uccidilo”. Perché per gli otto lunghissimi round in cui Ali subisce Foreman, in cui Ali è preso a cazzotti da Foreman, si rivede la storia di secoli di schiavitù, di sottomissione, di dominio coloniale in Africa e di segregazione razziale in Occidente. Foreman si trasfigura nell’uomo bianco e Ali è la negritudine che prende colpi su colpi, che è al limite, sta per cedere, ma non molla, resiste, e improvvisamente all’ottavo round si mette a danzare come una farfalla e a pungere come un’ape e colpisce, colpisce, colpisce ancora e sbatte al tappeto l’avversario vincendo per ko.

Questa trasfigurazione, questa mitologia, è stata possibile perché Muhammad Ali è stato un grande pugile, forse non il più bello, forse non il migliore, sicuramente il più forte di tutti i tempi. Dopo le Olimpiadi, ancora come Cassius Clay nel 1964 si prende il primo titolo contro Sonny Liston, il nero cattivo, lento e potentissimo, che entrava e usciva dalla galera e i cui incontri erano gestiti dalla mafia. Poi come Muhammad Ali difende il titolo nel 1965, quando nessuno vede il colpo fantasma che stende Liston ma la criminalità organizzata che si è appena sbarazzata di John Fitzgerald Kennedy riempie i casinò di Las Vegas e le haciende di Miami del denaro scommesso sullo sfavorito Alì. Poi c’è Frazier, Foreman, e di nuovo Frazier nel 1975 a Manila in quello che è a tutt’oggi considerato uno degli incontri più duri e violenti di sempre. Il colpo fantasma di Muhammad Ali a Liston racconta però l’altro lato della storia. Ali è campione indiscusso mentre chi con le sue vittorie guadagna uccide Martin Luther King e Malcolm X, massacra gli ideali per cui lo stesso Ali combatte. E nel 1996, quando gli Stati Uniti sottraggono le Olimpiadi del centenario ad Atene e le portano ad Atlanta, patria della Coca Cola, a un Muhammad Ali devastato dal Parkinson che commuove il mondo accendendo da tedoforo la fiamma olimpica, è riconsegnata la medaglia del 1960 gettata al vento contro l’ingiustizia. Il mito di Ali, in vita e in morte, è usato da chi si opponeva ai suoi ideali di giustizia, uguaglianza e libertà, da quei politici e giornalisti, celebrità assortite e mafiosi, dittatori africani e servizi segreti occidentali che affollavano il ring di Kinshasa, ben più di quanto abbiano potuto fare i suoi avversari sul ring. Ma c’è un canto ripetuto all’infinito, come nenia ancestrale, che non potrà mai essere silenziato: Ali Bomaye! Ali Bomaye! Ali Bomaye!

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