“Allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico, chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni… nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi giuridicamente rilevanti…”. Recita esattamente così il comma 2 dell’art. 6 del Decreto Legislativo approvato lo scorso 17 maggio dal Consiglio dei Ministri e contenente la riorganizzazione della disciplina nazionale in materia di trasparenza della Pubblica amministrazione [ciò almeno se il testo del decreto che inizia a circolare tra gli addetti ai lavori è, effettivamente, quello approvato in CdM, ndr]. E sono parole, importanti e che rendono “bianca”, per la società civile ed i media che a lungo le hanno attese, la fumata uscita da Palazzo Chigi.

Anche l’Italia, oggi, ha un suo Freedom of Infomation act, Foia in acronimo, come, ormai, si chiamano – da anni – in tutto il mondo le leggi che riconoscono a cittadini e giornalisti il diritto di accedere ai documenti in possesso della Pubblica amministrazione senza dover dimostrare di avere uno specifico interesse ad accedervi. Un accesso libero ed incondizionato, dunque, giustificato dalla sola volontà di capire se e quanto la macchina pubblica funzioni effettivamente nell’interesse del pubblico o se e quanto, invece, si lasci rallentare o guidare da interessi privati che meriterebbero di restare sulla porta della Pubblica amministrazione.

E’ – e di questo va dato atto al governo in carica ed al Parlamento che ha saputo guidarlo e pungularlo nella giusta direzione – un passo epocale che si attendeva da decenni nel nostro Paese.

Basti pensare, per cogliere la lunghezza del passo che si è appena compiuto e l’importanza di quanto avvenuto che la vecchia legge sull’accesso ai documenti amministrativi – l’arcinota Legge 241/1990 – prevedeva e prevede non solo che per accedere ad un atto in possesso della pubblica amministrazione l’interessato debba avere uno specifico interesse ma anche e soprattutto che “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”.

Oggi, invece, esattamente al contrario, si garantisce a chiunque il diritto di accedere proprio “allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico”.

Non si tratta, naturalmente – ma ad onor del vero non lo è in nessun Paese al mondo e non sarebbe giusto lo fosse – di un diritto di accesso che non soffre limiti o eccezioni ma, nella formulazione approvata lo scorso 17 maggio dal Consiglio dei ministri, l’elenco delle eccezioni è assai più ragionevole, ponderato, modesto di quanto non lo fosse nell’originario schema di decreto legislativo trasmesso al Parlamento nei mesi scorsi.

L’accesso, infatti, ora può essere negato se il diniego è necessario per evitare un pregiudizio concreto alla tutela di uno degli interessi pubblici inerenti a: a) la sicurezza pubblica e l’ordine pubblico;
 b) la sicurezza nazionale;
 c) la difesa e le questioni militari; d) le relazioni internazionali;
 e) la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato; f) la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento; g) il regolare svolgimento di attività ispettive”.

Il diavolo, insegnano i saggi, si nasconde nei dettagli e, dunque, la genericità di talune espressioni lascia, naturalmente, spazio al rischio che i sani principi di trasparenza che ispirano il riconoscimento del diritto all’accesso restino poi frustrati sotto interpretazioni estensive delle eccezioni e restrittive del diritto.

Ma guai a negare che ciò che si legge – se correttamente interpretato – è in grado di tracciare un’equilibrata linea di demarcazione tra ciò che è giusto sia accessibile a chiunque e ciò, al ricorrere di talune condizioni, è giusto resti riserva.

Qualche preoccupazione in più – e pur senza voler trasformare in negativo un giudizio che merita di restare positivo va detto – desta la previsione di un’eccezione secondo la quale l’accesso potrebbe essere negato anche quando il suo riconoscimento rischierebbe di arrecare un pregiudizio “agli interessi economici e commerciali di una persona fisica o giuridica, ivi compresi la proprietà intellettuale, il diritto d’autore e i segreti commerciali”. Con la sola eccezione dei segreti industriali, infatti, la disposizione appare più ambigua e sibillina di quanto non sarebbe stato lecito attendersi.

Per il resto le richieste del Parlamento e della società civile – raccolta, in particolare, attorno all’iniziativa Foia4Italy – sono state pressoché integralmente accolte: l’accesso sarà gratuito salvo eventuali spese, l’eventuale diniego dovrà essere motivato e contro tale diniego sarà sempre possibile ricorre al responsabile per la trasparenza prima, al difensore civico poi e, solo in ultima analisi, ai giudici amministrativi.

Ovviamente, prima di stappare spumante e brindare alla raggiunta trasparenza bisognerà attendere di vedere se e quanto gli interventi attuativi ai quali il decreto demanda la definizione di taluni dettagli, dovessero arginare e limitare la portata delle disposizioni appena approvate dal governo. Guai, però, a pensare che basti una legge a rendere un Paese più trasparente e la sua amministrazione più efficiente ed onesta perché si sbaglierebbe.

L’approvazione di un Foia italiano, infatti, segna solo il fischio di inizio della partita vera e la palla, ora, passa a noi, ai cittadini, ai giornalisti ed ai media. Tocca a noi, da domani mattina, dimostrare di sapere usare le nuove regole per cercare di capire per davvero se e quanto funziona l’amministrazione e di migliorarla con denunce ed inchieste vere, equilibrate, informate ed imparziali.

Nessuna indulgenza nella ricerca del gossip a poco prezzo, nessuna tentazione verso la violazione della privacy e della riservatezza altrui o peggio verso voyeurismo immotivato e, al contrario, grande interesse ed attenzione per i dati e le informazioni che sono capaci di cambiare per davvero la vita dei cittadini, delle imprese e del Paese. Ora che abbiamo una legge sulla trasparenza, insomma, tocca a noi dimostrare che ce la meritiamo.