E’ un piccolo passo verso la trasparenza della pubblica amministrazione che, tuttavia, resta un traguardo davvero lontano. E’ questa la prima impressione che si ha sfogliando il testo del decreto che avrebbe dovuto dare corpo al Freedom of information act – Foia, in acronimo – ma che, sfortunatamente, invece, ne è solo una brutta copia all’italiana, debole e pallida.

Quello che salta subito agli occhi scorrendo il testo appena pubblicato, in anteprima rispetto alla ormai imminente pubblicazione ufficiale, da Arturo Di Corinto in un bell’articolo su La Repubblica è che in linea di principio il governo afferma, per davvero – per la prima volta nella storia della Repubblica – il diritto di chiunque di accedere a qualsivoglia dato, informazione o documento in possesso della Pubblica amministrazione “allo scopo di tutelare i diritti fondamentali e di favorire forme diffuse di controllo sul   perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”.

Si tratta – e va detto senza esitazioni – di un’autentica rivoluzione copernicana nel diritto di accesso ai documenti ed alle informazioni pubbliche. Sin qui, infatti, il cittadino aveva diritto esclusivamente di accedere agli atti e ai documenti di uno specifico procedimento amministrativo previa dimostrazione di uno specifico interesse diverso da quello della collettività e, soprattutto, che non poteva, in nessun caso, coincidere con la volontà di esercitare un controllo diffuso sull’azione dell’amministrazione.

Un principio, peraltro, sancito nella vecchia legge n. 241 del 1990 – nota proprio come disciplina sull’accesso ai documenti amministrativi – destinato a convivere con quello ora sancito nel nuovo provvedimento del Governo. Ma le ragioni di soddisfazione, almeno ad una prima lettura del testo, si fermano qui. Ai principi democratici sanciti nei primi articoli del decreto e alle solenni petizioni di principio pure contenute nel testo dello stesso decreto. Niente di più. E dispiace dirlo.

Le disposizioni contenute nel decreto, infatti, tradiscono i principi che lo ispirano ed ai quali avrebbero dovuto dare attuazione. Tre, tra le tante, le ragioni a fondamento di un giudizio tanto severo.

Il Decreto stabilisce che l’amministrazione può negare l’accesso ai dati, informazioni e documenti in suo possesso quando ciò risulti “necessario per evitare un pregiudizio alla tutela di uno degli interessi pubblici inerenti a: a) la sicurezza pubblica, b) la sicurezza nazionale, c) la difesa e le questioni militari, d) le relazioni internazionali, e) la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato; f) la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento; g) il regolare svolgimento di attività ispettive”.

E non basta, perché le amministrazioni potranno egualmente dire di no a chiede l’accesso se ciò risultasse necessario “per evitare un pregiudizio alla tutela di uno dei seguenti interessi privati: a) la protezione dei dati personali, b) la libertà e la segretezza della corrispondenza, c) gli interessi economici e commerciali di una persona fisica e giuridica, ivi compresi la proprietà intellettuale, il diritto d’autore e i segreti commerciali”.

Un elenco di limitazioni non solo e non tanto lungo ed articolato che attraversa longitudinalmente tutti gli aspetti più rilevanti della vita dello Stato e dell’azione dell’amministrazione ma, soprattutto, formulato in termini straordinariamente ampi e generici in modo da rendere opinabile, dubbia e discutibile ogni istanza di accesso al patrimonio informativo in possesso della pubblica amministrazione. Così è davvero elevato il rischio che la porta spalancata dai principi con i quali si apre il decreto appena varato dal governo, nella sostanza venga immediatamente sbarrata di nuovo lasciando ai cittadini solo ed esclusivamente l’illusione di disporre di un diritto che non esisteva ieri e non esiste neppure oggi.

Ma sul punto è bene essere assolutamente chiari per evitare ogni rischio di fraintendimento in materia straordinariamente delicata ed ad alto impatto democratico: non c’è Foia al mondo nel quale il diritto di accesso non sia controbilanciato da taluni limiti e, egualmente è indubitabile che predeterminare tassativamente ed in modo puntuale le ipotesi al ricorrere delle quali un’amministrazione deve poter negare l’accesso ad un cittadino il diritto di sapere è operazione straordinariamente complessa. E’ proprio per questo, tuttavia, che l’estrema generalità dei casi di esclusione dell’accesso attraverso la quale si è scelto di arginare il diritto di sapere dei cittadini avrebbe dovuto essere bilanciata riconoscendo a questi ultimi un sistema di tutela del proprio diritto, davanti ad eventuali abusi, semplice, immediato, efficace ed economico.

Al contrario – ed è probabilmente uno dei profili democraticamente più difficili da digerire – il decreto prevede che il cittadino che si veda negare l’accesso o, semplicemente, non si senta neppure rispondere dall’amministrazione non possa far altro che rivolgersi alla giustizia amministrativa, imbarcandosi in un giudizio lungo, costoso e dagli esiti ovviamente incerti con la remota speranza di ottenere l’accesso ai dati ed alle informazioni in questione quando il proprio interesse – pubblico o privato che sia – è, ormai, venuto meno.

Questo è davvero inaccettabile. Tanto più che lo stesso decreto stabilisce – fornendo ai più forti un evidente privilegio sui più deboli – che l’amministrazione destinataria di un’istanza di accesso debba notificarla ad eventuali contro-interessati, offrendo a questi ultimi la possibilità di opporsi. Sin troppo facile prevedere che in tanti approfitteranno e abuseranno di questa norma, diffidando in maniera quasi sistematica l’amministrazione dal condividere con i cittadini dati ed informazioni che li riguardano e ponendo, ogni volta, l’amministrazione davanti ad un bivio: rischiare una contestazione per eccesso di trasparenza o per difetto di trasparenza.

Ed è proprio questo, l’ultimo dei principali “talloni d’Achille” del provvedimento: la mancanza di ogni efficace sanzione per l’amministrazione che nega l’accesso ad un cittadino in un’ipotesi in cui dovrebbe riconoscerglielo. Ora la palla passa al Parlamento che potrebbe trasformare il decreto in un vero Foia o, almeno, in qualcosa che gli rassomigli di più.