Obama sarà il primo presidente americano in carica a recarsi a Hiroshima. Lo farà nell’ambito del viaggio in Asia tra il 21 e il 28 maggio. Obama – ha annunciato la Casa Bianca – farà la “storica visita a Hiroshima con il primo ministro Abe per sottolineare l’impegno a perseguire la pace e la sicurezza del mondo senza armi nucleari”. Nel corso della sua visita a Hiroshima – ha affermato Ben Rodhes, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca – Obama non rimetterà in discussione la decisione degli Stati Uniti di sganciare la bomba atomica nel corso della Seconda guerra mondiale. E non v’è di che meravigliarsi. Obama non può mettere in discussione lo sgancio delle bombe atomiche da parte della potenza americana. Non può farlo, perché ciò significherebbe mettere in discussione l’intera politica statunitense dal 1945 ad oggi. Significherebbe, di fatto, delegittimare la potenza statunitense in quanto tale.

Come sappiamo, quello sgancio costituì l’ultimo atto della Seconda guerra mondiale e, insieme, forse in misura anche maggiore, il primo della Guerra fredda. I destinatari erano insieme, realmente, il Giappone (peraltro già vinto e impotente) e, virtualmente, l’Unione Sovietica, allertata prepotentemente. A caratterizzare quel gesto fu, tra l’altro, l’assoluta mancanza di pentimento e di elaborazione collettiva del crimine commesso: che, infatti, nemmeno fu definito “crimine”. Dal 1945 ad oggi, infatti, lo sgancio delle bombe atomiche non viene condannato come un crimine ai danni del genere umano, in ciò del tutto analogo ad Auschwitz e ai gulag: lo si continua a proclamare – Obama compreso – come un “male necessario”. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: ci si è, giustamente, pentiti di Auschwitz e dei Gulag, ma non delle bombe atomiche; con l’ovvia conseguenza che il bombardamento può tornare a essere praticato come “male necessario”.

Più precisamente, in quanto “male necessario”, il bombardamento legalizzato può nuovamente essere praticato, come è attestato dalle vicende del Vietnam (1965), della Jugoslavia (1999), dell’Iraq (1991 e 2003), della Libia (2011). La politica estera statunitense, dal 1945 ad oggi, si fonda sulla pratica del bombardamento come male necessario, ipocritamente presentato come etico, umanitario, in difesa dei diritti umani e della democrazia da asporto. Per questo, soprattutto dopo il 1989, il modello Hiroshima può tornare puntualmente ad attivarsi: ove vi siano nuovi Hitler, ecco che può scattare la reazione Hiroshima, il bombardamento come male necessario. È per questo, d’altro canto, che dal 1989 ad oggi la storia mondiale è presentata come il sorgere costante di sempre nuovi Hitler (Hitler Saddam, Hitler Gheddafi, Hitler Milosevic, ecc.), a cui puntualmente seguono le nuove Hiroshime dei bombardamenti a stelle e strisce (e delle colonie al traino, come la serva Italia). Vi sembra esagerato? Non credo. Basti, a questo proposito, ricordare mezzo milione di bambini uccisi nella guerra del Golfo. Uno sterminio giustificato dalla potenza del dollaro come “male necessario”: con le parole del segretario di Stato Madeleine Albright, risalenti al maggio 1996, “this is a very hard choice, but the price… we think the price is worth it”.