La vicenda Panama Papers si potrebbe tranquillamente archiviare con uno sbadiglio nel cestino delle non notizie (davvero qualcuno si stupisce del fatto che esistano certi meccanismi e che certa gente ne faccia uso?) se fosse per le discussioni che ha suscitato sui media e sui social che per comodità si possono riassumere nei due estremi:

1: E’ immorale utilizzare mezzi legali per aggirare le normative fiscali (e non solo)?
2: E’ giusto evadere quando la pressione fiscale è eccessiva?

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A ben guardare si tratta di due facce della stessa medaglia ossia due tentativi di voler dare al proprio punto di vista soggettivo, una qualche giustificazione di carattere generale: il modo più semplice di analizzare la questione consiste nell’accantonare i pregiudizi ideologici e prendere atto del fatto che gli individui rispondono agli incentivi come previsto dai più elementari modelli socio-economici.

Il punto 1, di recente ribadito anche dal presidente degli Stati Uniti d’America, muove dal presupposto che non necessariamente quello che è legale sia anche giusto o moralmente accettabile. Dunque se i perfidi elusori riescono a schivare tasse e regolamenti sottraendo risorse allo Stato e dunque alla collettività, occorre modificare la legge per stringerne ulteriormente le maglie.

I politici (e coloro che ne prendono le parti) ritengono che sia giusto avere più risorse da spendere (che poi le impieghino veramente a favore della collettività e un altro discorso), coloro che eludono invece pensano il contrario: entrambe le parti sono mosse dal proprio interesse personale e il tentativo addurre argomentazioni basate sull’equità o la morale serve solo a portare acqua al proprio mulino.

Stesso discorso per il punto 2, ben esemplificato da un efficace aforisma attribuito a Luigi Einaudi: “Gli esportatori illegali di capitale sono benefattori della Patria, perché i capitali scappano quando i governi dissennati e spendaccioni li dilapidano, e allora portandoli altrove li salvano dallo scempio e li preservano per una futura utilizzazione, quando sarà tornato il buon senso”.

Premesso che parliamo di leggi emanate in regimi democratici e quindi, almeno in teoria non in contrasto con le preferenze della maggioranza della popolazione, affermare che si evade per “legittima difesa” contro lo Stato ladro vuol dire cercare una giustificazione morale o filosofica ad una scelta dettata dal proprio  interesse individuale.

Entrambi gli estremismi possono avere derive pericolose, perché il primo, in nome di un bene comune (arbitrariamente individuato da chi ricopre ruoli di governo al momento) tende ad estendere indefinitamente l’ingerenza dello stato nella vita degli individui e delle imprese, mentre il secondo mette in discussione il principio di legalità arrogandosi la prerogativa di stabilire di volta  se e in quale misura è giusto rispettare la legge.

Venendo alle soluzioni concrete, una riforma della regolamentazione fiscale internazionale non può che partire da una profonda autocritica da parte delle classi politiche che hanno prodotto gli inferni fiscali dai quali gli individui desiderano scappare e, imparando dagli errori del passato, promuovere un approccio meno burocratico e sufficientemente flessibile per adattarsi ai mutamenti tecnologici, sociali e culturali dell’economia contemporanea.

Parafrasando De Gregori, tra chi ruba nei supermercati e chi ha costruito i supermercati rubando, personalmente preferisco chi cerca di fare a meno di rubare e, qualora si trovi a infrangere le regole, indotto da necessità o da mero calcolo opportunistico, non cerca di attribuire le responsabilità’ della scelta ad altri che a se stesso.

@massimofamularo