Indipendente sempre. La lezione di George Romero va incisa sulle sacre tavole del cinema. Il padre degli zombie insegna che nel fare un film l’autonomia produttiva totale è l’unico modo per dire ciò che si vuole. L’autore del ciak fondativo – La Notte dei morti viventi (1968) – degli zombie movie dovrebbe finire col suo faccione da bonario 76enne sul Monte Rushmore assieme a Lincoln&co. Ha fatto la storia del cinema, e ha incarnato a suo modo una cultura del self made man americano progressista, democratico, irriverente e rivoluzionario. Celebri occhialoni neri che gli occupano mezzo viso, gilet da pescatore, camicione a righe, new balance ai piedi, il regista di Pittsburgh si è concesso una pausa dalla gelida Toronto, in cui vive, tra i borghi toscani che sembrano Ibiza in pieno luglio. Il Lucca Film Festival, dopo David Lynch, David Cronenberg, e John Boorman, gli regala un premio alla carriera che si staglia nella prateria della cinefilia contemporanea come gesto d’amore e ammirazione eterna. I fan accorrono da parecchie parti d’Italia per un autografo su quelle meravigliose locandine alte e strette, da vetrinetta fuori la sala, che paiono preistoria. “Stay scared” ci scrive sopra il maestro. Quarant’anni di zombie e mostri assortiti, tutti titoli che contengono forti messaggi politici e che incutono terrore all’infinito. “Il terrificante parrucchino di Donald Trump non mi spaventa, è più pauroso letteralmente quel che c’è sotto”, spiega sorridendo Romero.

La politica americana proprio durante queste primarie è diventata un circo, folle e paradossale. Se dovessi dire cosa mi fa paura oggi direi le bombe e il terrorismo, o ancora meglio: mi spaventa il fatto che nessun governante ci dica la verità sulla realtà che viviamo. Dicono che a livello geopolitico il problema sia il petrolio, ma forse tra qualche anno il vero problema sarà la mancanza di acqua. Pensate che ci sono persone che ancora disconoscono l’esistenza del riscaldamento globale. Viviamo in questo mondo qui, ci dovrei fare un altro film di zombie”.

Al lucido e brillante Romero, che ha sempre immaginato l’apocalisse sovrappopolata di morti viventi, non si scappa. Gli zombie, dal ’68 ad oggi, continuano a simboleggiare la massa di persone senza idee, che continua a ripetere gesti e azioni di una stupida routine piena di pregiudizi senza capire che gli succede attorno. “La cosa incredibile è che quando feci La notte dei morti viventi non avevo pensato di fare un film sugli zombie.  Volevo semplicemente mostrare che sebbene fuori succedesse qualcosa di straordinario, le persone rimangono attaccate alle loro beghe e alle loro meschinità e non si accorgono di cosa stia accadendo al di là del loro contesto”. Casuale, nella incredibile anarchia produttiva di quel capolavoro, anche la scelta l’attore di colore Duane Jones (“il miglior amico attore disponibile per quella parte”) che divenne simbolo di un’irrisolta questione razziale: “Stavo portando la prima copia stampata de La notte dei morti viventi a New York. Ero in macchina e alla radio annunciarono l’omicidio di Martin Luther King. Immediatamente pensai che il mio primo film sarebbe diventato un film totalmente politico”.

La scintilla dell’icona zombie, marchio romeriano protagonista assoluta di una lunga serie di sequel arriva solo nel 1978 con Dawn of the dead (Zombi): “Dopo La notte dei morti viventi non avevo intenzione di ritornare sul tema zombie fino a quando un gruppo di conoscenti mi avvisò che stava sviluppando il primo centro commerciale di grandi dimensioni negli Usa. Quando andai a visitarlo realizzai che avevano costruito un tempio al dio denaro, al consumismo. Lì ebbi la scintilla di dire ‘ok posso tirare fuori gli zombie dal cassetto, utilizzarli come elementi immaginifici per parlare della realtà e dire il mio pensiero su di essa’. Gli zombie nel loro significato peculiare nascono con Dawn of the dead”. L’importante, per Romero, rimane sempre la completa autonomia produttiva: nessuna grande major ad elevare il budget, al massimo a fare capolino per due distribuzioni, Creepshow (1982) con la Universal e Land of the dead (2005) con la Warner Bros: “Essere indie è l’unico modo per dire quello che si vuole. Le major anche quando vogliono essere amichevoli non lo sono e modificano il tuo lavoro. Fui molto fortunato nel 1978 ad incontrare un distributore indipendente come la UFDC, il suo fondatore oggi ha 94 anni ed è ancora in forma: grazie a loro ho distribuito i miei film rimanendo indipendente sempre”.

Ed è bello sentir dire che il ricordo indelebile dai set è quello di “un grande divertimento”: “Comunque non sono mai soddisfatto del mio lavoro. Ho sempre tante idee da sviluppare, ma nessun denaro da investire. Idee e soldi non arrivano mai in contemporanea purtroppo”. Infine, ecco il definitivo giudizio, da parte del padre degli zombie, sulla serie tv The Walking Dead: “Dopo la prima stagione con un regista interessante come Frank Darabont è diventata una telenovela, una soap opera. Più che Walking dead, “talking dead”. Parola di George Romero.