Stati generali della cultura al Sole 24 oreFinalmente, si parla di ricerca. Matteo Renzi ha annunciato la creazione dell’Human Technopole, un progetto che nei capannoni vuoti di Expo vedrà nascere “l’uomo quasi immortale”. L’Iit, l’istituto italiano di tecnologia, è stato incaricato di stilare un progetto di “vision”, poi consegnato ai ministeri competenti e al premier, che riporta una previsione di spesa di 150 milioni l’anno per i primi 10 anni. La creazione di Human Technopole è stata duramente disapprovata dalla senatrice Elena Cattaneo, che ha precisato che la sua è una critica al metodo, non alle singole persone.

In effetti, se le risorse per la ricerca non ci sono (es. tutta la ricerca pubblica Italiana finanziata con 30 milioni l’anno per i prossimi tre anni con i progetti Prin e dopo si vedrà), appare discutibile che all’improvviso possa spuntare un coniglio dal cilindro come lo Human Technopole. La senatrice Cattaneo è stata a sua volta attaccata tramite un articolo su La Stampa per aver proposto un emendamento alla legge di stabilità, al fine di finanziare il progetto “Genomi Italia” con 5 milioni annui.

L’attacco a Elena Cattaneo è stato visto da più parti come una vera e propria intimidazione politica per aver osato “toccare” Human Technopole.

In effetti, il progetto proposto da Elena Cattaneo, oltre a richiedere un finanziamento di due ordini di grandezza inferiori rispetto a Human Technopole e essere diretto a una tematica ben specifica, prevede come condizione che un soggetto privato o pubblico debba cofinanziare questa ricerca. Elena Cattaneo non è stata certo l’unica voce critica ad essersi levata contro Human Technopole, ci sono anche quelle della giornalista Sylvie Coyaud e della redazione di Roars.

In realtà, la creazione top-down, con decisione “politica”, di una infrastruttura di ricerca, come dovrebbe essere HT, così come di un istituto di eccellenza, come avvenne nel caso dell’IIT dieci anni or sono, non è qualcosa di errato. IIT è una fondazione di diritto privato, che non è soggetta ai “lacci e lacciuoli” ai quali sono costretti gli enti Pubblici di Ricerca e le Università pubbliche, come l’obbligo al ricorso del MEPA, l’assoggettamento alla VQR, ed ha la possibilità di reclutare i ricercatori con procedure simili alle selezioni pubbliche presenti nel resto del mondo. IIT è criticato e invidiato, anche in considerazione del fatto che ancora non ha assunto un ruolo riconosciuto di leader scientifico nel campo della ricerca italiana, nonostante gli ingenti investimenti. Dieci prestigiosi ERC grant provengono da IIT contro 330 dal resto d’Italia.

Sono tanti? Forse sì se confrontati con il numero di ricercatori IIT con quelli italiani. Sono pochi? Forse ancora sì se considerando i soldi ricevuti da IIT. L’istituto ha creato suoi centri in stretto contatto con alcune università italiane, e non ha ancora speso buona parte dei finanziamenti ricevuti. Gli scettici verso IIT sottolineano che l’istituto sarebbe in realtà un’agenzia parallela di finanziamento per gli “amici degli amici”. Ma le critiche a IIT sono davvero fondate? E soprattutto come dovrebbe intervenire la politica per finanziare la ricerca italiana in modo efficace? Secondo il fisico Giorgio Parisi, “… IIT è una bellissima ciliegina sulla torta. Peccato manchi la torta.”

La soluzione non dovrebbe essere eliminare IIT, ma bensì applicare alcune facilitazioni di IIT al resto del sistema della ricerca italiana.

È assurdo che la maggior parte dei ricercatori italiani di università e enti di ricerca abbia problemi ad acquistare il toner della stampante, il rotolo di carta per asciugarsi le mani o peggio i guanti di lattice per operare in laboratorio in sicurezza. Senza un finanziamento minimo che garantisca il “metabolismo basale” per fare ricerca non è possibile lavorare. Senza fondi da distribuire su base progettuale, non si permette a chi ha delle idee di poterle mettere alla prova, svilupparle e produrre cultura e innovazione. A volte idee davvero geniali possono nascere con finanziamenti apparentemente irrisori, ma non con “nulla”. Questa situazione è devastante, perché i ricercatori costano comunque (stipendi) anche se non li si mette in condizione di lavorare. Non finanziare adeguatamente la ricerca significa risparmiare spiccioli per perdere tanti soldi.

L’università italiana ha anche il compito di formare i laureandi, che spesso svolgono una tesi sperimentale in un laboratorio. Finanziare con poco delle ricerche eventualmente di utilità limitata permetterebbe comunque di insegnare le tecniche di base. Inoltre, un progetto di ricerca “grande” è molto più competitivo non può nascere dal nulla, ma se ci sono dei risultati preliminari è molto più solido. Su questo tessuto, ben vengano i progetti di ampio respiro. Non ci si può attendere che all’improvviso nel deserto spuntino le rose. Sarebbe bene che il nostro premier Matteo Renzi e la ministra Stefania Giannini per “salvare la ricerca” a modo loro abbiano ben in mente questi concetti nell’incontro che hanno proposto di organizzare con i vincitori italiani dell’ERC consolidator grant che operano all’estero, in risposta a una loro lettera aperta.

Si rischia di propagandare una volta ancora la retorica della “eccellenza” e poco dopo rendersi conto che l’Italia regala alla ricerca europea 300 dei 900 milioni di euro con i quali contribuisce.

Speriamo che nell’incontro non saltino fuori altri conigli dal cilindro, che ovviamente non appaiono dal nulla ma provengono da qualche altra parte. Per la ricerca italiana servono interventi ben progettati che riportino a casa i 300 milioni regalati ogni anno agli altri stati europei e non soluzioni sensazionalistiche improvvisate per decreto legge.

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Ringrazio Giancarlo Ruocco, Sapienza Università di Roma, per un interessante scambio di idee