Donald J. Trump ha facilmente sconfitto i suoi rivali nelle primarie repubblicane in Michigan e Mississippi. Bernie Sanders vince a sorpresa in Michigan, dove ancora qualche giorno fa Hillary Clinton era davanti nei sondaggi di oltre 20 punti. Il risultato ha due effetti. Per i repubblicani, la candidatura di Trump si fa ormai sempre più solida. Nel caso di una sua vittoria in Ohio e Florida, il prossimo 15 marzo, la corsa per la candidatura repubblicana è definitivamente chiusa. Tra i democratici, il risultato del Michigan prolunga una sfida che Hillary Clinton sembrava essersi ormai aggiudicata.

A una prima analisi del voto in Michigan, la Clinton non sembra riuscita a conquistare il voto degli indipendenti e quello di buona parte della working-class bianca, particolarmente forte in uno Stato come il Michigan. Per i democratici si votava anche in Mississippi, dove ancora una volta l’elettorato afro-americano ha consegnato all’ex segretario di stato una vittoria convincente, con oltre l’83 per cento dei consensi. In Michigan invece il senatore Sanders conquista il 50 per cento del voto, contro il 48 per cento della Clinton.

“La rivoluzione politica di cui parliamo è forte in ogni parte del Paese”, ha spiegato Sanders ai suoi sostenitori, subito dopo l’annuncio della vittoria. “In tutta franchezza, pensiamo che le aree più importanti per noi debbano ancora venire”, ha aggiunto Sanders, che ha più volte ribadito l’intenzione di restare in corsa sino alla chiusura della fase delle primarie, il 7 giugno. Il senatore del Vermont aveva bisogno di una vittoria importante – prima del voto in Ohio e Illinois, la prossima settimana – per dimostrare di essere un candidato ancora vivo e in grado di rappresentare una vera alternativa alla Clinton.

La vittoria in Michigan, per Sanders, è importante perché mostra che il senatore può vincere in Stati con una popolazione composita in termini etnici e sociali. Non sono soltanto gli studenti, non sono soltanto i settori di borghesia bianca e progressista degli Stati del Nord-est a scegliere il messaggio di giustizia sociale del senatore. Anche ampie fette di working-class – in Michigan particolarmente esasperate dalla perdita di posti di lavoro e dalla crisi dell’acqua di Flint – mostrano di preferire Sanders, che ha fatto campagna in queste zone attaccando i “disastrosi accordi commerciali” che hanno indebolito l’economia dello Stato. Sei elettori democratici su dieci, intervistati fuori dai seggi, si sono detti convinti che “gli accordi commerciali internazionali fanno diminuire i posti di lavoro negli Stati Uniti”. A questo punto Sanders può sperare in buoni risultati in Ohio, Illinois, Wisconsin, che hanno una composizione etnica e sociale simile a quella del Michigan. Il continuo afflusso nelle sue casse di milioni di dollari in finanziamenti elettorali gli consente di restare ancora più competitivo.

Per la Clinton, il voto di martedì 8 marzo è un nuovo segnale di debolezza. E’ vero che l’ex segretario di Stato mantiene un largo vantaggio nella corsa per i 2323 delegati necessari ad aggiudicarsi la nomination. Joel Beneson, uno dei “top strategist” della Clinton, ha spiegato che la predominanza nelle aree afro-americane e ispaniche, che sono poi anche quelle che assegnano più delegati, offre alla candidata un percorso piuttosto tranquillo alla vittoria. “La moneta sonante di queste primarie – ha detto Beneson – sono i delegati”. Al di là della retorica ufficiale, e delle dichiarazioni di facciata, il passo falso in Michigan è un segno da non trascurare per il team Clinton – e in realtà per tutto il partito democratico. Dimostra infatti che la candidata ufficiale non riesce a penetrare in ampi settori dell’elettorato, nelle fasce economicamente più deboli della popolazione bianca, che respingono la politica seguita dal partito democratico in questi anni. Si tratta di un dato poco rassicurante. I democratici hanno disperatamente bisogno di questa area elettorale, soprattutto negli “swing states”, in vista delle elezioni generali di novembre.

Per i repubblicani, il voto mostra che la mobilitazione di Mitt Romney, di John McCain, di tutta la nomenclatura del partito, non è servita. Donald Trump continua la sua corsa apparentemente inarrestabile verso la nomination. Dopo prove non particolarmente convincenti in una serie di primarie nel week-end, Trump aveva bisogno di almeno un paio di vittorie. Le ha ottenute. Ha vinto con oltre 12 punti di vantaggio su Ted Cruz in Michigan, con 11 punti in Mississippi. Cruz riesce a limitare i danni con la vittoria in Idaho, mentre per Marco Rubio si tratta di un’altra notte di umilianti sconfitte. Arriva quarto in Michigan e Mississippi e praticamente dà l’addio a qualsiasi speranza di essere il candidato su cui i repubblicani potrebbero convergere nel caso di una “convention bloccata” a luglio. Anche una sua vittoria in Florida, martedì prossimo, non sembra in grado di risollevare le sorti di Rubio.

Il voto di ieri ha peraltro un elemento particolarmente interessante – e positivo per Trump. Il miliardario, da un’analisi dei flussi elettorali, mostra di aver conquistato in Michigan e Mississippi il voto delle classi sociali meno forti economicamente, ma anche di settori più ricchi e avanzati. In Michigan Trump vince in modo largo la Macomb County, roccaforte degli ex Reagan Democrats, della classe lavoratrice che negli ultimi decenni ha scelto i repubblicani. Ma Trump vince anche nei sobborghi di Detroit, nella Oakland County, dove vive la borghesia bianca. Se a questo si aggiunge che sia in Michigan sia in Mississippi Trump conquista la maggioranza del voto degli evangelici, si capisce quanto la sua attrattiva sia a questo punto generale e profonda.