La banca crolla ma gli stipendi dei vertici non ne risentono. Anzi. Nel 2015 i compensi per gli amministratori della Popolare di Vicenza sono saliti del 9%, con buona pace dei 119mila soci della banca che hanno visto il valore delle loro azioni ridursi ai minimi termini. Nel corso dello scorso esercizio, emerge dal bilancio, la Bpvi ha pagato ai propri dirigenti strategici (consiglieri, sindaci e componenti della direzione generale) 16,7 milioni di euro a fronte degli 11 milioni corrisposti nel 2014 (+52%). A spingere i compensi sono stati i 4,8 milioni di indennità corrisposte per fine del rapporto di lavoro, costi legati alle buonuscite riservate ai manager che hanno lasciato la banca, a partire dall’ex direttore generale Samuele Sorato. Anche al netto di queste voci, in ogni caso, i compensi per il vertice sono saliti da 10,65 a 11,62 milioni (+9,1%). L’aumento di 1 milione di euro, spiegano all’Ansa fonti vicine alla banca, “è riconducibile a un patto di stabilità e non concorrenza siglato con il nuovo management” guidato dall’amministratore delegato Francesco Iorio e ha carattere “una tantum”.

E se l’istituto non ha avuto remore nell’innalzare i compensi ai vertici, ora deve fare i conti con la rabbia degli azionisti. Tanto che in vista dell’assemblea di sabato 5 marzo che sarà chiamata a dire la sua sulla quotazione in Borsa dell’istituto, sono allo studio particolari misure di sicurezza che martedì sono state al centro di un tavolo tecnico della Questura di Vicenza, con la presenza di rappresentanti dei carabinieri, polizia locale e quattro delegati dell’area sicurezza e logistica della banca. La sicurezza sarà garantita da almeno 50 agenti e carabinieri di Vicenza cui si aggiungeranno altre 60 persone dal battaglione di Mestre e dal reparto Mobile di Padova. Ci saranno gli artificieri, unità cinofile e metal detector sia della polizia che della banca. La vigilanza dinamica, all’esterno, riguarderà anche la sede delle cantine Zonin e la casa dell’ex presidente Gianni Zonin. Molti agenti in borghese saranno poi destinati a vigilare sull’andamento dei lavori dentro la sala.

Uno spiegamento di forze paradossale se si pensa che per tanti anni i vertici della banca hanno potuto agire senza essere disturbati da alcuna vigilanza. Proprio in queste ore è emerso che la procura vicentina sta lavorando a due nuovi filoni dell’inchiesta sul tracollo dell’istituto e che riguardano l’associazione a delinquere e il falso in bilancio. Non più solo aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza, dunque, ipotesi per le quali sono stati indagati l’ex presidente Gianni Zonin e altri 5 manager. “Ci troviamo di fronte ad una organizzazione strutturata, la banca, all’interno della quale alcune persone avrebbero operato, con una struttura gerarchica e ben organizzata, per mettere a segno un numero indefinito di reati”, ha spiegato il Procuratore capo di Vicenza, Antonino Cappelleri.

Il fascicolo giudiziario sulla Popolare è affidato ai sostituti procuratori Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi.  La vicenda era venuta alla luce lo scorso settembre con perquisizioni che avevano riguardato gli uffici della banca a Vicenza, ma anche a Milano, Roma e Palermo. Le iniziali contestazioni di aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza, erano state rivolte nei confronti di 6 persone: l’ex presidente Gianni Zonin, l’ex dg Samuele Sorato, Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta entrambi ex vicepresidenti e i due consiglieri di amministrazione Giovanna Dossena e Giuseppe Zigliotto, presidente di Confindustria Vicenza. “Già oggi – ha detto Cappelleri – ci troviamo con almeno 500 casi di azionisti che lamentano di essere stati truffati, e a questi numeri bisognerà quasi certamente aggiungere gli altri 100 depositati alla procura di Udine”.

Diverso il caso dell’indagine parallela aperta a Prato, che ha portato ad indagare 7 persone per ipotesi di reato che vanno dalla truffa all’estorsione. “Con Prato – ha osservato Cappelleri – è in atto un coordinamento molto stretto. Alcune querele sarebbero state presentate e iscritte prima dell’apertura della nostra indagine, radicando quindi la competenza a Prato. Credo che alla fine saremo costretti a tenere separati i due filoni di inchiesta”. Cappelleri ha confermato che in questo momento i reati principali rimangono l’aggiotaggio e l’ostacolo alla vigilanza, “ma è logico pensare – ha detto – che si dovrà estendere il campo d’azione anche alla valutazione di altre fattispecie, come il falso in bilancio e il vincolo associativo. I reati, per così dire satellite, sono quelli di truffa o, a seconda delle interpretazioni e delle valutazioni che potremo fare, di estorsione“.