Ennesima tegola giudiziaria per Marcello Dell’Utri: il Senato, infatti, ha dato il via libera all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche ordinate nell’inchiesta sulla biblioteca Girolamini di Napoli. Con 164 voti favorevoli, 79 contrari e 5 astenuti, dunque, Palazzo Madama ha confermato la decisione già presa dalla giunta per le Immunità, che si era già espressa a larga maggioranza per l’uso delle intercettazioni tra Dell’Utri e Marino Massimo De Caro. L’estate scorsa, l’ex direttore della biblioteca Girolamini era già stato condannato in via definitiva a sette anni di carcere per peculato, ma è attualmente detenuto ai domiciliari. Secondo l’inchiesta della procura partenopea, che vede l’ex senatore del Pdl indagato per concorso in peculato, alcuni libri antichi trafugati da De Caro erano finiti illecitamente nelle disponibilità dello stesso Dell’Utri, appassionato bibliofilo. “Io barattavo due prime edizioni di Vico, se le mancano, per due inviti a pranzo”, diceva il direttore della Girolamini in una delle intercettazioni che adesso potranno essere utilizzate nell’inchiesta. “Anche tre ti faccio”, era invece la pronta replica del fondatore di Forza Italia, con De Caro che subito spiegava di avergli trovato il De Rebus Gestis di Antonio Carafa: “Uno dei più rari”. Era in pratica un’opera di Giambattista Vico di cui esistono al mondo pochissime copie. Ecco perché De Caro prometteva: “Lei c’ha sempre il Vico che l’aspetta eh: quello lì lo porto io”, con l’ex senatore che gongolava: “E bravo: con il tartufo”. Secondo la corte dei Conti il valore dei testi trafugati dalla biblioteca partenopea superava i venti milioni. “Si tratta di un danno incalcolabile, di un massacro totale, della distruzione di un patrimonio”, era stata la definizione dei magistrati contabili, mentre Dell’Utri ha sempre sostenuto di non sapere che quei volumi erano stati rubati. Dopo la restituzione, però, dalla biblioteca lamentano ancora l’assenza di una rara copia de L’Utopia di Tommaso Moro (lo stesso libro che Silvio Berlusconi considera tra le sue fonti d’ispirazione).

Adesso che Palazzo Madama ha dato il via libera all’utilizzo delle intercettazioni, Dell’Utri rischia dunque una condanna compresa tra i sei mesi e i tre anni: sarebbe l’ennesimo guaio giudiziario per lo storico braccio destro di Berlusconi, che già nel 1999 patteggiò una condanna a due anni e tre mesi per false fatture e frode fiscale nella gestione di Publitalia ’80, la concessionaria di pubblicità dell’impero Fininvest. Il giorno che cambia la storia dell’uomo che presentò a Berlusconi il mafioso Vittorio Mangano è, invece, il 9 maggio del 2014, quando la Cassazione mette il bollo sulla condanna a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Dopo vent’anni di maratona giudiziaria l’ex senatore viene estradato da Beirut, in Libano, dove era fuggito, il 9 giugno del 2014 e subito rinchiuso nel carcere di Parma: da lì dovrebbe in teoria uscire solo nel 2021, salvo i normali sconti di pena per buona condotta. Il condizionale è infatti d’obbligo, dato che oltre a quelli ormai conclusi in via definitiva, il fondatore di Forza Italia ha più di un procedimento penale aperto. Intanto ai sette anni per concorso esterno a Cosa nostra vanno sommati gli otto mesi per abusivismo edilizio, diventati definitivi il 21 maggio del 2015: il fondatore di Forza Italia è stato condannato per aver violato i vincoli paesaggistici con la costruzione della casetta sull’albero nella sua Villa di Torno, sul lago di Como. Tra i processi aperti, invece, il più delicato per l’ex senatore è sicuramente quello sulla Trattativa Stato – mafia, in corso davanti alla corte d’assise d’Assise di Palermo: Dell’Utri è accusato di violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato, per aver siglato il patto con Cosa nostra al termine della stagione a suon di bombe che ha insanguinato il Paese tra il 1992 e il 1993.

Nel processo Trattativa, l’ex senatore rischia una condanna massima pari a 15 anni di carcere, insieme ad altri nove imputati (tra boss mafiosi e alti ufficiali dei carabinieri). Dell’Utri è poi tra gli indagati dell’inchiesta sulla P3 (insieme a Denis Verdini, Flavio Carboni e Nicola Cosentino), l’associazione segreta che secondo i pm della procura di Roma fu creata per condizionare gli organi costituzionali dello Stato e gli enti pubblici. Dopo lo stralcio dovuto alla sua fuga in Libano, nel maggio del 2015, l’ex senatore è stato rinviato a giudizio per violazione della legge Anselmi: rischia da uno a cinque anni di carcere. E se l’indagine napoletana sulla Girolamini ha appena ricevuto il via libera all’uso delle intercettazioni da parte del Senato, non si è ancora conclusa la l’inchiesta milanese che cerca di fare ulteriore luce sull’attività di bibliofilo dell’ex politico palermitano.

Nel marzo del 2015, infatti, i carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio culturale di Monza hanno fatto irruzione nella biblioteca di Dell’Utri di via Senato, e in un magazzino di deposito, l’Opencare in via Piranesi, sempre a Milano, per sequestrare oltre ventimila libri antichi e documenti che risalgono addirittura al 1400: nell’inchiesta del pm Luigi Luzi l’ex senatore è indagato per ricettazione e esportazione illecita all’estero di opere d’arte. Gli investigatori, infatti, puntano ad accertare la presenza “di opere asportate, in epoca e con modalità ancora ignote, da biblioteche pubbliche ed ecclesiastiche insistenti sull’intero territorio nazionale”. Dei ventimila libri sequestrati, ben tremila facevano parte della collezione privata dell’ex senatore: erano quelli che consultava soltanto personalmente. E che – con almeno tre inchieste delicate ancora in corso – rischia di rivedere ben oltre i sette anni ai quali è stato condannato in via definitiva per concorso esterno alla mafia.