La società che possiede la Borsa di New York sta preparando una controfferta per quella di Londra, che controlla anche Piazza Affari, con l’obiettivo di fermare il progetto di fusione con Deutsche Börse. A riportarlo è l’agenzia Bloomberg, secondo cui Intercontinental Exchange (Ice), che ha sede ad Atlanta e ha completato nel 2013 l’acquisizione del New York Stock Exchange, sta lavorando con un gruppo di consulenti a un’offerta più alta rispetto a quella di Francoforte, che avrebbe come esito un colosso finanziario del valore di circa 26 miliardi di euro controllato al 54,4% dai tedeschi con i britannici soci di minoranza al 45,6%. E del pacchetto, appunto, fa parte anche la Borsa di Milano, che dal 2007 fa parte del London Stock Exchange.

Ice, che in mattinata ha confermato di stare “valutando un’offerta” ma senza aver ancora “preso alcuna decisione” al riguardo, potrebbe farsi avanti dopo il 22 marzo, data entro la quale Deutsche Börse deve presentare offerta formale per Lse. Non è la prima volta che Francoforte e Londra tentano di convolare a nozze: ci avevano provato già nel 2012, annunciando trattative che si sono poi chiuse con il no del London Stock Exchange alle avance della piazza tedesca per le obiezioni dell’Antitrust europeo. Questa volta però lo scenario è ancora più complicato: le trattative fra i due gruppi europei arrivano mentre la Gran Bretagna si appresta a votare sull’eventuale uscita di Londra dalla Ue. In caso di Brexit, un matrimonio con Deutsche Börse offrirebbe alla borsa di Londra una ‘via di fuga’. E sono evidenti le ripercussioni politiche dell’offerta, la cui notizia è arrivata come un fulmine durante la campagna elettorale per il referendum del 23 giugno.

Il terzo incomodo Ice negli ultimi anni è cresciuto a suon di acquisizioni: la maggiore nel 2013 con l’acquisto di Nyse Euronext, con la quale ha messo le mani sulle attività dei derivati di Liffe. Nei mesi scorsi si è poi rafforzata con Interactive data holding corp, acquistata per 5,2 miliardi di dollari. Nel 2007 si è inserita nelle trattative tra Chicago mercantile exchange e Chicago board of trade, costringendo la prima ad aumentare la propria offerta di tre volte per conquistare la piazza di scambio di future e opzioni.