Non sono un critico d’arte cinematografica, e sono uno di quelli che pensa che un film resta tale anche se ha il grande merito di aprire una discussione politica di prima grandezza. Detto questo, vi dico che per me il film di Gianfranco Rosi è bellissimo. I due binari del docufilm, che parte da Lampedusa ed arriva fino al centro del Mediterraneo, hanno la capacità di trasportarti dentro la grande tragedia delle migrazioni passo per passo. Nel film sono pochi i momenti di connessione reale tra le storie dei lampedusani e dei migranti. Una parola di carità di una nonna che apprende la notizia di una tragedia in mare da Radio Delta, e poco altro. Rosi racconta la verità fuori da ogni filtro retorico. Chi come me lavora da anni sull’isola sul tema dei diritti lo comprende benissimo.

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Un film senza struttura ideologica potrei dire, che ti porta dentro la semplicità di una comunità di mare, riassunta dalla vita di un bambino lampedusano e di un pescatore di ricci. Guardandolo ho risentito il profumo del sugo di pesce che la domenica si sente per la strada, l’odore dell’asfalto bagnato dopo il temporale autunnale, le storie del mio amico Pippo quando era bambino. Bellissime le riprese del pescatore di ricci, il cui respiro prima di entrare in acqua è un atto di rispetto nei confronti delle onde. Immagini queste, che fanno comprendere senza che nessuno dica una parola, il rapporto degli isolani con il mare. Emergono nel racconto le paure di sempre, della notte, della guerra, del mare e della lontananza dell’isola dal continente. Ed è forse il mare il punto vero di connessione tra le storie. Un mare militarizzato che rompe l’orizzonte dell’isola turistica. Un mare “spinato” come se fosse una grande frontiera mobile usata per spaventare chi si mette in viaggio.

La canzone dei migranti che racconta la sofferenza del viaggio impressiona per la potenza comunicativa: sembra il lamento degli schiavi di una galera diretta verso gli Stati Uniti. Frasi che rimangono addosso come le immagini crude dei corpi di cui si ciba la frontiera. Se Lampedusa è diventata un simbolo molto più grande di se stessa, questo film ha il merito di decostruire con la verità e con la poesia, il palcoscenico della paura che su quest’isola media e politicanti hanno costruito nel tempo. L’olocausto del Mediterraneo è l’eclissi che appare nel film, è l’eclissi dell’umanità, dell’Europa che ha reso il mare assassino. Ed è questa grande tragedia in diretta che toglie tutti gli alibi, che lascia muti.

I politici europei che vedranno questo film dovrebbero avere la decenza di restare in silenzio e riflettere. Ho vissuto Lampedusa con il regista Gianfranco Rosi, ho visto il suo impegno quotidiano. L’ho visto girare durante gli sbarchi, e con lui mi sono confrontato. Non ha lavorato mordendo e fuggendo l’isola come fanno in molti, ma ha cercato di entrare, riuscendoci, dentro l’anima di Lampedusa vivendola per più di un anno. Samuele è, con le sue ansie, il riassunto di Lampedusa: sembra un bambino di altri tempi che gioca con le fionde mentre gli altri giocano con la Play station. Ed è questo scarto di tempo che descrive in maniera formidabile la lontananza che Lampedusa vive con il resto dell’Italia. Lontananza fisica, ma anche lontananza dei diritti. Nel film molte cose non sono dette, altre devono essere immaginate.

Del resto il film non è il riassunto di Lampedusa, ma una storia che è entrata dentro la telecamera di Rosi. Su un punto però vorrei essere chiaro: ora che i riflettori si riaccendono su Lampedusa per merito di questo film, apriamo una riflessione sul tema dell’accoglienza. Lampedusa ha dato tanto, ha visto l’isola diventare militare, confine, palcoscenico, ha dovuto affrontare quello che Paesi e continenti non hanno affrontato. Non ci può essere accoglienza se questa toglie la dignità agli uomini e alle donne, come sta avvenendo in questi mesi a causa dell’avvio dell’Hot Spot. Aver istituzionalizzato l’accoglienza non l’ha resa più umana, anzi, ha tolto a questa comunità la possibilità di esercitarla con il calore umano.

Se il mondo intero riconosce alla comunità lampedusana un ruolo positivo, allora facciamo nascere i loro figli su quest’isola, diamo alle persone malate la possibilità di curarsi sull’isola senza dover prendere l’aereo ed indebitarsi. Rivitalizziamola invece di militarizzarla come vorrebbe imporci l’Europa. A Lampedusa oggi serve un ospedale e non un Hot Spot; serve sommare i diritti di tutti senza metterli in competizione. Se un diritto è parziale o solo di alcuni, questo diventa un privilegio. Ed è proprio questo il messaggio che voglio lanciare dopo aver visto questo bellissimo film: ripartiamo dai diritti e dalle libertà per ripensare le frontiere.