C’è un nuovo mondo fantastico fatto di bambine sensitive, elfi, cavalli, cinghiali, castori, tordi e unicorni, e non più di portinaie, filosofi, cinefili e critici gastronomici. Questa è la sorpresa tematica, spiazzante e curiosa, de La vita degli elfi (Edizioni e/o), il nuovo libro scritto da Muriel Barbery. L’attesissimo ritorno della 46enne scrittrice della Normandia, che tra il 2006 e il 2008 s’impose a livello mondiale – anche in Italia – come caso editoriale grazie a L’eleganza del riccio (e/o), suo secondo romanzo e bestseller da due milioni di copie, è un classico diversivo o rilancio di una situazione altrettanto classicamente di stasi di fronte all’inatteso successo planetario.

Tutti si attendevano un’altra perlustrazione degli angoli condominiali di rue de Grenelle 7 a Parigi oggi, mentre la Barbery affitta il torpedone e porta in gita fan e lettori dalle parti di uno sperduto villaggio contadino della Borgogna, come nella ‘città eterna’ con prima una deviazione in un altro paesello sgarrupato di contadini sul Gran Sasso durante gli anni venti del secolo scorso. Vivono in questi due luoghi, divise geograficamente ma unite all’improvviso e a loro insaputa telepaticamente, le due protagoniste bambine di Vita degli elfi: Maria, in Francia, e Clara tra l’Abruzzo e Roma. Le vediamo arrivare letteralmente in fasce, la prima davanti alla casa di una rubizza campagnola, l’altra sulla scalinata di una chiesa.

Bambine che giungono dal nulla, trovatelle che, cresciute e diventate dodicenni, passano la maggior parte del loro tempo nella natura delle campagne, colline e montagne, sugli alberi e tra le pietre a giocare, portando gioia ed estasi a chi sta loro attorno. Clara, oltretutto, ha il dono di suonare il pianoforte divinamente. Fatto che la porterà a Roma per incontrare quello che poi sarà il Maestro, sorta di apritore di porte sul mondo elfico. Una dimensione, quella degli elfi, capace di saper cogliere e contemplare la bellezza del creato tanto quanto il mondo umano è in grado di crearla e all’occorrenza difenderla in armi. Le due bambine percepiscono ‘onde’ speciali dagli esseri umani che stanno loro attorno – perlopiù contadini, curati di campagna, anziane signore della pianura che cucinano manicaretti – e Clara, addirittura, riesce a rievocare storie del mondo altro nascoste tra le note degli spartiti che deve suonare in una bella casa romana frequentata da ricchi signori. Il legame spazio-temporale tra Francia e Italia si attua all’improvviso perché le forze del male (non ben definite) stanno per mettere in pericolo, provocando danni e morti, le anime del paesino in cui vive Maria.

Sospeso in una dimensione di incredulità fantasy, Vita degli elfi ha una struttura fin da subito aperta ‘a ventaglio’ verso sempre nuove strade descrittive di personaggi, nuove onde percettive delle protagoniste, senza mai abbozzare linee narrative che alludano ad una chiusura di fatti e temi. Una scelta che prelude a quella che è già in partenza l’idea di una saga composta da due capitoli/romanzi. Vita degli elfiric olloca così la Barbery in un altro mondo persino formalmente. Il lavoro di cesello e precisione, quella infinita prolusione di dettagli quasi tattili dei protagonisti de L’eleganza del Riccio qui si trasforma in una prolungata e perigliosa descrizione tolkeniana. Non che l’evocazione di particolari nelle preparazione del cibo da colesterolo e trigliceridi delle donnone campagnole di questo romanzo sia lontana dalla passionalità con cui la portinaia Renée preparava il tè al gelsomino o con cui Monsieur Arhens in Estasi culinarie (e/o) evocava sapori lontani e persistenti nel palato. Il punto è che si è di fronte ad un trapasso di stile, perché la scrittura in Vita degli elfi è composta da periodi lunghissimi quasi privi di interpunzione e sovrabbondanti di aggettivazioni.

Il patto con il lettore è proprio quello di affidarsi non tanto alla mimesi sensoriale dei primi due romanzi, ma di aprirsi -mente libera da pregiudizi di sorta- ad una dimensione tutta da inventare simbolicamente e fattivamente tra elfi umanizzati e animali del bosco che lanciano frecce d’acqua che uccidono le forze del male. Un graduale e incodificabile slittamento di senso che non prevede buffi maghi e maghetti, ma poetiche profezie e concrete sciagure. “Gli elfi non raccontano storie alla maniera degli uomini, e soprattutto non ne inventano. Cantiamo le belle gesta e gli eventi eccelsi, componiamo odi agli uccelli deglistagni e inni alla beltà delle brume, celebriamo ciò che esiste, ma l’immaginazione non vi aggiunge mai niente. Gli elfi sanno lodare la bellezza del mondo, ma non sanno giocare col reale. Vivono in un mondo splendido, eterno e statico”. Mai stralcio di romanzo fu più esemplare per raccontarsi da solo. Il mondo elfico/umano di Barbery ha questa scritta al suo ingresso. Entrare per credere. E perdersi, se si vuole.