Dice molte cose importanti il rapporto Openpolis che pubblichiamo sui primi due anni di vita del governo di Matteo Renzi. Dati illuminanti sull’attività dell’esecutivo, sulla produzione legislativa, la prontezza (o meglio lentezza) con la quale risponde alle interrogazioni dei parlamentari e tante altre cose. Ma ce n’è una, più importante di tutte, che colpisce e che la dice lunga sul nostro sistema politico e la sua capacità di funzionamento: il numero di partiti e forze politiche che compongono, sostengono (o indeboliscono, dipende dai punti di vista) il governo-Renzi.

Mi spiego: se nell’ultimo esecutivo Berlusconi (2008-2011) “i partiti al potere erano solo due (Popolo delle libertà e Lega nord)”, da Monti (2011-2013) in poi, come dice il rapporto Openpolis, i numeri sono cresciuti. Tanto che “i membri del governo Renzi appartengono a 6 movimenti politici diversi”. E cioè, Partito democratico, Nuovo centrodestra, Scelta civica, Partito socialista italiano, Unione di centro e Democrazia solidale. Qual è il problema? Appunto il loro numero esorbitante, soprattutto se si tengono presenti alcuni passaggi importanti della nostra storia recente.

Dal 1990, all’incirca, il nostro paese è stato messo a ferro e fuoco, a colpi di referendum e riforme, per stabilizzare il sistema politico. Troppa frammentazione, troppi partiti. Da qui la deprecata tendenza ai governi brevi, spesso solo balnerari, per una sola estate, che ha caratterizzato una lunga fase della nostra storia repubblicana. Quella sdegnosamente archiviata come “prima Repubblica”. Per questo i referendum per l’abolizione delle preferenze multiple, della legge elettorale proporzionale e per l’introduzione del maggiorario (1991-93) avevano come unico obiettivo quello di semplificare il sistema per ridurre, magari sull’esempio anglosassone, il numero delle forze politiche.

Abbiamo visto come è andata e come sta andando. Nella fase finale della prima Repubblica, non considerando il governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi, l’ultimo esecutivo politico, quello di Giuliano Amato (giugno 1992-aprile 1993), era composto da quattro partiti: Democrazia Cristiana, Partito socialista, Partito socialdemocratico e Partito liberale. Troppi, sostenevano i referendari di allora. Ed erano così convincenti nell’argomentare che alle urne i cittadini appoggiarono in maniera plebiscitaria le proposte di cambiamento.

Risultato? Sono passati più di venti anni e siamo tornati al punto di partenza: ad una fiorente e strapotente partitocrazia. Si dirà: adesso però ci pensa Renzi a mettere le cose a posto, visto che con la nuova legge elettorale, il suo Italicum con premio di lista, sigle minori e partitini sicuramente verranno cancellati. Magari fosse! A parte tutti i difetti che si porta dietro (strapotere delle segreterie nel decidere i parlamentari sicuri nelle liste, impossibilità per l’elettore di scegliere il candidato, eccetera), la nuova normativa infatti neanche questo è in grado di assicurare.

Certo, potrebbe anche succedere (in via del tutto teorica) che due soli partiti possano arrivare in Parlamento. Ma conoscendo la tendenza di deputati e senatori a voltare gabbana, casacca politica e a fondare partiti e movimenti (il più delle volte esistenti solo sulla carta) e sapendo che nessun divieto esiste in merito, anche rispetto alla possibilità di formare semplici gruppi parlamentari autorizzati poi a ramazzare finanziamenti al solo scopo di sostenere il Renzi di turno (vedasi vicenda Verdini) e lucrare posizioni di conseguenza, è chiaro che la partitocrazia e la frammentazione continueranno a prosperare. Per alimentare le carriere e i portafogli degli improbabili onorevoli, naturalmente, e alla faccia dei soliti cittadini-elettori.

Sempre più impotenti e sempre più inferociti.