All’origine fu Lili. Poi arrivarono gli altri. Se anche oggi essere transgender è tutt’altro che facile in termini di accettazione sociale, a Lili costò la vita. E non per torture o prigionie, ma semplicemente perché la medicina ancora non aveva fatto il suo corso, e l’intervento di “riassegnazione sessuale” era in via di sperimentazione. Sublime e struggente come una fiaba tragica, la parabola esistenziale di Lili Elbe, all’anagrafe Einar Wegener, è diventata The Danish Girl, il quinto film di Tom Hooper, che ricordiamo vincitore dell’Oscar per la regia de Il discorso del re.

Biopic per genere, la pellicola è un adattamento del romanzo La danese (2000) di David Ebershoff e si ispira alla vera storia del primo transgender che la storia occidentale abbia deciso di raccontare. La vicenda prende forma nella Danimarca agli albori del XX secolo: Einar è un giovane artista affermato, di certo più di sua moglie Gerda Gottlieb, pittrice di talento ma ancora alla ricerca della propria anima espressiva. Sembra trovarla nel ritrarre il marito con abiti femminili in sostituzione di una modella temporaneamente assente. La trasformazione d’abito di Einar assume subito il carattere di una mutazione intima e potente: da quel momento la sua metamorfosi in Lili non trova ostacoli, se non quelli della sua precocità rispetto a scienza e società.

Tom Hooper, sceneggiato da Lucinda Coxon, subentra in regia agli svedesi Tomas Alfredson e Lasse Hallström che rinunciano a dirigere il film come – nel tempo – Nicole Kidman, Charlize Theron, Gwyneth Paltrow, Marion Cotillard e Rachel Weisz dicono addio al copione. Il progetto diventa così un film di “sostituzione” per eccellenza ma coloro che poi assumono i ruoli – Eddie Redmayne ed Alicia Vikander rispettivamente in Einar/Lili e Gerda – non hanno nulla da invidiare alle blasonate star finendo, peraltro, candidati agli Oscar 2016 nella cinquina dell’Academy come protagonista maschile e non protagonista femminile. Redmayne, da parte sua, è il vincitore uscente avendo trionfato nel 2015 con il suo incredibile ritratto dello scienziato Stephen Hawking ne La teoria del tutto: difficilmente il 34enne attore londinese riuscirà a strappare la statuetta per la seconda volta a solo un anno di distanza, ma due candidature consecutive non arrivano per caso ed anzi confermano il cristallino talento di questo giovane interprete nelle trasformazioni fisiche.

Eddie, di fatto, “diventa” Einar/Lili con una disinvoltura disarmante, accentrando sulla propria performance l’unico vero valore della pellicola accanto alla vicenda emblematica che racconta. Certo, a The Danish Girl non manca l’impeccabilità degli attributi formali atti a veicolare il pubblico nel cuore di un’epoca transgender per definizione, ma ciò di cui è carente è proprio la complessità e l’incisività di un discorso cinematografico che restituisca l’ambiguità delle personalità messe in scena. E questo dentro e fuori da se stesse, così come dentro e fuori dal proprio contesto. In altre parole The Danish Girl è più un prodotto patinato e “accattivante” che non una pellicola di qualità, e tanto meno d’autore. Se Il discorso del re conteneva almeno uno script solido (oltre all’interpretazione di Colin Firth, ma Redmayne non è da meno..) mentre Les Misérables offriva un interessante lavoro sul dispositivo di genere, in quest’ultimo film non si ravvisano elementi di originalità che lo distanzino dal mero oggetto d’intrattenimento dal richiamo “impegnato”. Nonostante la sua debolezza qualitativa, il film ha concorso alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Uscirà nelle sale italiane giovedì 18 febbraio “guardando” la Notte degli Oscar che avverrà dieci giorni dopo.