Salvatore di ebrei o aguzzino? Un libro tenta di fare chiarezza sulla figura di Giovanni Palatucci, funzionario di polizia irpino morto a 36 anni nel lager di Dachau poche settimane prima della liberazione, avvenuta il 29 aprile del 1945. Giusto tra le Nazioni per lo Yad Vashem, medaglia d’oro al valore civile per la Repubblica italiana, per lui la Chiesa aveva avviato anche il processo di canonizzazione. Ma improvvisamente nel 2013 la sua fama di poliziotto buono si infrange. Un articolo del Corriere.it rivela una nuova versione dei fatti: Palatucci, si dice, non salvò migliaia di ebrei, ma solo una donna (Elena Aschkenasy) nel 1940. Non solo: sotto di lui, la questura di Fiume sarebbe stata particolarmente attenta a far valere le leggi razziali. La notizia viene ripresa dal New York Times, che scrive che lo Schindler italiano è un “collaboratore nazista”.

La storia rovesciata
Una storia rovesciata: fino al quel momento si era sicuri del fatto che Palatucci avesse usato la sua divisa come una copertura per mettere in salvo, si diceva, migliaia di ebrei. Non solo quelli di Fiume, ma anche quelli che, fuggendo dalle persecuzioni nell’Est Europa, trovavano nella città del Carnaro nuovi documenti e vie di fuga oppure la possibilità di essere spediti in campi di internamento “sicuri”, meno rischiosi dei campi di concentramento nazisti. Era anche affezionato a una ragazza ebrea, Mika Eisler, che aiutò a fuggire in Svizzera, rifiutandosi però di seguirla: voleva rimanere al suo posto. Fu a Fiume, dove in 6 anni la sua carriera lo aveva portato da dirigente dell’ufficio stranieri a reggente della questura, che la Gestapo lo arrestò. L’accusa: cospirazione con il nemico. Arrivò a Dachau il 22 ottobre 1944. Qui morì, non si sa se di tifo o di stenti. Il suo corpo, mai identificato, sparì in una fossa comune tra oltre 31.950 cadaveri.

Ma qual è la verità su Palatucci? Alla domanda tenta di rispondere, senza avere la pretesa di essere definitivo, il saggio Giovanni Palatucci. Una vita da (ri)scoprire, edito da Tralerighelibri e scritto da Nazareno Giusti, scrittore e fumettista lucchese, che ha ripercorso la storia del funzionario di polizia attraverso le interviste a chi l’ha conosciuto e studiato.

Le testimonianze dei suoi collaboratori e degli ebrei
A partire da Giuseppe Veneroso, finanziere in pensione originario di Salerno, che avrebbe aiutato Palatucci in questa missione. Palatucci, racconta Veneroso, lasciò passare da Fiume migliaia di ebrei provenienti da ex Jugoslavia, Austria, Romania e Ungheria, per poi aiutarli a fuggire. Conferma questa versione anche Amerigo Cucciniello, collaboratore di Palatucci: “Era sempre pronto in ogni momento ad aiutare la gente. Con le leggi alla mano riusciva sempre a risolvere certe situazioni complicate. Sapeva agire con le autorità, bisognava aggirare le leggi in modo da non intaccarle, senza dare pubblicità”. Delle “missioni clandestine” parla anche Guelfo Picozzi, poliziotto in pensione ed ex collega di Palatucci, ma anche diversi ebrei ai quali è stata salvata la vita. Come Elizabet Quitt Ferber, nata a Fiume: “Il dottor Palatucci ci fece avere il soggiorno per rimanere a Fiume. Dopo due anni, quando tutti i rifugiati dovevano lasciare Fiume, abbiamo potuto scegliere il nostro campo d’internamento libero (nel Bergamasco, sul lago d’Iseo). Come noi, ha aiutato una moltitudine di persone”. Della sua bontà parlano anche Giuseppe Gregori, che ne divise la prigionia a Dachau, e l’amica ebrea Mika Eisler. Per Nazareno Giusti, Palatucci sarebbe rimasto al suo posto fino alla fine proprio per aiutare gli ebrei: “Come tanti papaveri del Ventennio avrebbe potuto darsela a gambe, come avevano fatto il questore e il prefetto, invece rimase al suo posto. Solo rimanendo a Fiume poteva continuare ad aiutare, in qualsiasi modo”.

“Fece tutto in segreto. Perciò non c’è traccia”
La tesi che rimbalza nel saggio è chiara e affidata alle parole della storica Anna Foà: “L’attività di Palatucci – si legge – come tutte le attività di questo genere, non poteva che svolgersi nel segreto”. Dello stesso parere Wolf Murmelstein, figlio del dirigente ebraico del ghetto di Terezìn: “Solo chi era considerato camerata affidabile poteva aiutare senza, però, lasciare documentazioni scritte – dice – L’aiuto poteva consistere: o nel chiudere gli occhi (così, ad esempio, poterono passare per Fiume molti ebrei fuggiti da Vienna) o nel fingersi zelanti esecutori di ordini (così, per esempio, il commissario Palatucci presentò la proposta di mandare i profughi in internamento in provincia di Salerno; lo zio vescovo, poi, poteva far presente al ministero dell’Interno l’opportunità di mandare questi internati al confino in qualche piccolo comune lasciando spazio nel campo di internamento ad altri profughi inviati dal nipote). Si noti bene che, con questa tecnica, Palatucci disobbediva all’ordine di Mussolini di espellere questi profughi e consegnarli ai nazisti che li mandavano al campo di concentramento”. E la sopravvivenza in un campo di internamento era superiore rispetto a quella nei campi di concentramento. Insomma, Palatucci non avrebbe lasciato traccia scritta dei suoi salvataggi. E, anche se lo avesse fatto, Murmelstein ricorda che “gli archivi della questura di Fiume sono stati devastati almeno due volte, nel 1943 dai tedeschi e nel 1945 dai titini. Quindi cosa si potrebbe trovare, oggi, tra le rare carte rimaste?”.

Dopo le obiezioni sollevate dal Corriere della Sera e dal New York Times, Palatucci è ancora Giusto tra le Nazioni? “Che io sappia Yad Vashem non ha mai aperto nuove commissioni – spiega Giusti  – il che implicitamente potrebbe significare che per loro va bene così, anche perché il processo in Yad Vashem per dichiararlo Giusto è durato 20 anni e non ha portato a nulla contro di lui. Credo che già il fatto che sia morto a Dachau merita il rispetto che a volte non gli è stato attribuito”.