Una giornata nera che più nera non si può per Unicredit. La tanto attesa presentazione dei conti del gruppo è stata l’occasione per un ulteriore scivolone del titolo, falcidiato dalle vendite come e più degli altri titoli bancari avendo terminato le contrattazioni con un vertiginoso crollo del 7,91% a 2,77 euro. Una débacle che non si spiega tanto con il clima generale di sfiducia sul sistema bancario italiano e con il pessimo avvio d’anno delle Borse, quanto piuttosto con la gestione dell’istituto di Piazza Gae Aulenti. Una gestione che da tempo il mercato dimostra di non apprezzare e verso la quale importanti azionisti della banca si mostrano sempre più insofferenti: alla vigilia del consiglio d’amministrazione sui conti Leonardo Del Vecchio ha espresso in un’intervista la necessità di un cambiamento, di una discontinuità rispetto al passato.

E non è certo l’unico, dato che in questi anni i risultati non sono arrivati e il titolo ha perso oltre l’80% del valore. Il piano triennale presentato lo scorso novembre è stato molto criticato in questi mesi perché secondo molti analisti e osservatori non è sufficiente a ottenere l’auspicata inversione di tendenza e presto potrebbe rendersi necessario l’ennesimo aumento di capitale. Circostanza, questa, sempre negata dal management, ma i conti 2015 – nonostante gli annunci roboanti stile “abbiamo superato le attese” – non sembrano portare molta acqua al mulino dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni come dimostrano una volta in più le vendite che hanno investito il titolo a Piazza Affari e il fatto che si siano intensificate non appena è stato diffuso il comunicato con il quale il consiglio d’amministrazione “ha espresso all’unanimità la sua piena fiducia all’amministratore delegato e il convinto supporto al suo operato”.

I dati 2015 saranno anche migliori delle stime di consensus calcolate dalla stessa Unicredit sulla base delle attese di 18 operatori, ma il conto economico riclassificato mette in evidenza delle negatività di non poco conto in termini di risultati e di margini operativi, oltre che di utili: gli accantonamenti sono più che raddoppiati, il risultato lordo dell’operatività corrente è crollato del 34,7% passando dai 4 miliardi del 2014 ai 2,6 del 2015, il risultato netto è sceso solo del 9,3% grazie al minor carico fiscale e l’utile netto del gruppo si è attestato a 1,7 miliardi, in calo del 15,6% rispetto allo scorso esercizio. Per cercare di indorare la pillola Unicredit sottolinea che l’utile sarebbe 2,2 miliardi se si escludono le poste non ricorrenti, come ad esempio l’esborso effettuato a fine anno per il salvataggio delle quattro banche poste in risoluzione (Popolare Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti).

A ben guardare però questo esborso (173 milioni complessivamente versati al Fondo di risoluzione italiano e a quello polacco) spiega solo in parte il calo degli utili. Tra le poste non ricorrenti sono infatti elencati anche i 214 milioni degli oneri di ristrutturazione legati al piano strategico e i 298 milioni legati alla valutazione di Ukrsotbank oltre agli accantonamenti sui crediti denominati in franchi svizzeri in Croazia. Il fatto è che gli oneri non ricorrenti ricorreranno tutti gli anni, specie se si sta attuando un piano industriale volto alla razionalizzazione del gruppo, e dunque non ha senso guardare l’utile al lordo di queste poste. Anzi, sotto il profilo della redditività del business sono decisamente più significative le poste che stanno sopra l’utile, come appunto il risultato operativo lordo che nel 2015 è appunto crollato.

A colpire, però, nei risultati di Unicredit è sorattutto l’affermazione che i coefficienti patrimoniali mostrano un significativo rafforzamento: “il Cet1 ratio fully loaded pro-forma migliora a 10,94% con una significativa generazione di capitale di 92 punti base – si legge nel comunicato della banca -. Il Cet1 ratio transitional pro-forma raggiunge 10,73%, il Tier1 ratio transitional pro-forma si attesta a 11,64% e il Total Capital ratio transitional pro-forma a 14,36%”. Si tratta di dati, sottolinea Unicredit,  che per quanto riguarda il Cet1 ratio superano “già i requisiti che attualmente sono previsti per il 2018”. Tutto vero, ma come è stato raggiunto questo rafforzamento patrimoniale? In parte (14 punti base) grazie all’aumento di capitale a titolo gratuito deliberato oggi stesso dal consiglio d’amministrazione per distribuire in azioni il dividendo di 12 centesimi e in parte anche per effetto degli aumenti di capitale, sempre a titolo gratuito, per i piani di incentivazione al personale del gruppo e delle controllate (oltre 80 milioni di euro). Una modalità di rafforzamento patrimoniale che, come abbiamo visto, non rassicura affatto il mercato: basti pensare che nelle ultime due sedute Unicredit ha lasciato sul terreno oltre il 12%, scivolando abbondantemente sotto quota 3 euro.

Oltre alle questioni economiche e patrimoniali pesa anche il giudizio sulla governance dell’istituto: il caso Palenzona-Bulgarella ha fatto emergere uno spaccato inquietante di ciò che accade ai piani alti della maggiore e più internazionalizzata banca italiana (e il fatto che la banca si sia autoassolta non chiude affatto il caso) mentre l’insoddisfazione dei soci è crescente. “Accetto critiche ed elogi, rispettando tutti gli azionisti”, ha detto Ghizzoni in conferenza stampa riferendosi alla richiesta di discontinuità espressa da Del Vecchio, ma di qui alla prossima assemblea il fronte che desidera un cambio al vertice rischia di allargarsi, soprattutto se il piano non porterà risultati significativi entro il primo trimestre. Le prospettive di crescita di redditività della banca sono molto legate alla ripresa economica, ma questo avvio d’anno sta raffreddando – e di molto – gli entusiasmi.

Mentre Unicredit soffre e il sistema bancario italiano prende colpi da tutte le parti a causa soprattutto della mancata soluzione alla questione dei crediti in sofferenza, c’è chi nel governo preferisce puntare il dito altrove, come il portavoce del ministro Pier Carlo Padoan che ai “catastrofisti di casa nostra che non riescono a vedere oltre al proprio naso” dedica una rassegna stampa fatta di titoli e articoli che parlano dei crolli di altre Borse, delle difficoltà di Deutsche Bank e di quelle delle società americane dello shale gas. Un punto di vista curioso il suo, come se additare i problemi altrui togliesse qualcosa ai nostri e soprattutto togliesse responsabilità a un governo che sulla questione banche continua a dimostrarsi colpevolmente irresoluto e in ritardo.