Il caso Banca Etruria è una bomba a grappolo che sta per esplodere dentro il palazzo di giustizia di Arezzo. Arrivano al pettine nodi intricatissimi creati negli anni in quella specie di triangolo delle Bermude che ha ai suoi vertici gli amministratori della banca, la Vigilanza di Bankitalia e il procuratore della Repubblica di Arezzo Roberto Rossi. Il fenomeno più interessante, ma anche inquietante, sono i reati “a geometria variabile”, le accuse con l’elastico. I giudici di Arezzo dovranno chiarire molti misteri fin da lunedì mattina, quando si aprirà davanti al presidente del tribunale fallimentare Clelia Galantino il procedimento per la dichiarazione dello stato d’insolvenza della vecchia Banca Etruria.

La difficoltà più seria ce l’ha il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, apparentemente alle prese con qualche pasticcio combinato dai suoi ispettori, grazie al quale adesso diventa difficilissimo capire chi e come ha davvero distrutto la banca di Arezzo. Finora tutte le ipotesi di reato di cui si è parlato, soprattutto attraverso la sapiente diffusione di veline, vengono fatte risalire all’ispezione condotta dagli uomini del governatore dall’11 novembre 2014 al 27 febbraio 2015. Strano. Gli uomini della Vigilanza, guidati da Carmelo Barbagallo, non hanno segnalato alla magistratura alcuna “grave irregolarità”.

L’incongruenza più appariscente emerge da un articolo pubblicato giovedì dal Corriere della Sera, secondo il quale lunedì mattina il liquidatore di Etruria Giuseppe Santoni, nel chiedere al tribunale la dichiarazione d’insolvenza, evidenzierà “come la situazione patrimoniale sia stata causata da operazioni di dissipazione che configurano una bancarotta fraudolenta”. Sarebbe interessante conoscere – qualora la previsione si avverasse – da dove Santoni abbia tratto queste notizie. Il suo rapporto è stato consegnato solo 35 giorni dopo la nomina ed è dichiaratamente basato su documenti noti, le relazioni ispettive di Bankitalia e la contabilità tenuta dai commissari straordinari a partire dall’11 febbraio 2015. Già a pagina 2 Santoni ci informa che il commissariamento è stato deciso “su proposta della Banca d’Italia, con decreto del ministro del Tesoro del 9.2.2015, per gravi perdite patrimoniali”.

Il dettaglio è decisivo. Visco propone, e il ministro Pier Carlo Padoan dispone – dopo un’attenta analisi del dossier durata alcune ore – il commissariamento ai sensi dell’articolo 70, comma 1, lettera b del Testo unico bancario, cioè il decreto legislativo 385 del 1993. La legge dice che il commissariamento di una banca può decidersi quando (lettera a) “risultino gravi irregolarità amministrative” e/o (lettera b) quando “siano previste gravi perdite del patrimonio”. Visco ha scelto la lettera b, quindi non ha segnalato “gravi irregolarità”. Padoan – che, come imposto dalla legge, in poche ore ha valutato attentamente il dossier Etruria – ha confermato che “gravi irregolarità” non ce n’erano. Lo stesso Corriere, giornale che Bankitalia non taccia di scandalismo, giovedì ci informava invece che “nelle relazioni di Bankitalia appare evidente come nel comportamento dei vertici ci siano gli estremi per procedere penalmente (…), una strada che i magistrati guidati dal procuratore Roberto Rossi hanno invece scelto finora di non percorrere, nonostante le sollecitazioni contenute nei dossier”. Delle strategie investigative di Rossi si sta occupando in queste settimane il Consiglio superiore della magistratura. Nessuno invece si sta occupando di Bankitalia e delle sue “sollecitazioni”.

Le regole prevedono, come spiegano gli uomini di Visco, che “se le ispezioni fanno emergere ipotesi di irregolarità amministrative commesse da singoli esponenti, si inizia anche un procedimento sanzionatorio a loro carico. In presenza di ipotesi di reato, si invia il rapporto ispettivo alla Procura competente per le sue valutazioni”. Sono dunque gli ispettori che segnalano alla magistratura le eventuali ipotesi di reato. Il punto è proprio questo. Al termine dell’ispezione del 2015, sfociata nel commissariamento, la Vigilanza ha sottoposto al procuratore Rossi una sola irregolarità, la violazione degli articoli 2629 bis e 2391 del codice civile da parte del presidente Lorenzo Rosi e del consigliere Luciano Nataloni. Avrebbero omesso di comunicare agli altri consiglieri i loro conflitti d’interessi in un certo numero di pratiche di finanziamento a società a cui erano collegati o di cui erano consulenti.

Rossi ha aperto il fascicolo il 27 giugno 2015, e il 27 dicembre scorso, alla scadenza dei primi sei mesi, ha chiesto e ottenuto la proroga di sei mesi dei termini per le indagini. L’8 gennaio, mentre infuriava la polemica sui suoi rapporti con il governo e con la famiglia Boschi, Rossi ha ordinato la spettacolare perquisizione di 14 società finanziate da Etruria e in relazione con Rosi e Nataloni.

Il rapporto ispettivo firmato da Giordano Di Veglia della Banca d’Italia elenca 14 rilievi sulle irregolarità commesse da consiglieri d’amministrazione e sindaci revisori. Irregolarità non abbastanza gravi da imporre il commissariamento, come abbiamo visto, ma sulle quali la Vigilanza nell’aprile 2015 ha aperto nei confronti di tutti gli amministratori vecchi e nuovi una “procedura sanzionatoria” che porterà entro marzo prossimo a sanzioni pecuniarie. La stranezza è che la procedura sanzionatoria è stata aperta su tutti i 14 punti meno uno, il numero 5, proprio quello sui conflitti d’interessi: è l’unico rilievo che non addebita violazioni amministrative sanzionabili, eppure è anche l’unico che Di Veglia ha indicato a Rossi per l’apertura di un fascicolo penale. L’impressione è che il procuratore di Arezzo non sia stato ben orientato dalle opache segnalazioni a corrente alternata degli ispettori di palazzo Koch. La Banca d’Italia non ha voluto rilasciare commenti sulla sorprendente vicenda.

da Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2016