Se ne sta discutendo assai, da prospettive diverse e con soluzioni interpretative spesso antitetiche. In occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani in Campidoglio, sono state coperte da pannelli bianchi su tutti e quattro i lati alcune statue di nudi dei Musei Capitolini. Lo si è fatto – questa la spiegazione – per rispetto verso la cultura islamica, che notoriamente con i nudi ha un rapporto diverso, diciamo così, rispetto a quella occidentale.

Mi sia consentito un telegrafico commento a questa vicenda, che di per sé nemmeno meriterebbe una discussione, essendo in effetti ben altri i problemi di cui occuparsi nel tempo della disoccupazione giovanile al 40 per cento e della distruzione programmata dei diritti sociali in nome della competitività universale elevata a nuovo Vangelo.

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La vicenda del presidente iraniano Hassan Rohani in Campidoglio è la prova lampante del fatto che la stolidità non ha limiti. La domanda che si pone – l’unica filosoficamente e culturalmente rilevante – è la seguente: per rispettare le altre culture è necessario rinunciare alla propria? Per rispettare l’altro occorre negare, offendere, umiliare e distruggere il proprio?

O non bisogna, invece, riconoscere che il rispetto dell’altro deve necessariamente passare per il riconoscimento del proprio e che, dunque, si possono rispettare le culture e le identità altrui se e solo se si dispone di una propria cultura e di una propria identità?

Diciamolo apertamente, con enfasi e senza tema di smentite: solo chi ha una sua cultura e sue radici può rispettare quelle altrui e dialogare con esse. Dietro il finto rispetto delle culture altrui mediante l’occultamento (peraltro non richiesto dall’Iran, dall’Islam e da nessuno) della propria, sta in realtà un processo di desimbolizzazione integrale: attraverso il quale si produce uno spazio neutro e vuoto, senza alto né basso, senza simboli e senza cultura, l’ideale per lo scorrimento illimitato e nichilistico della forma merce e per il proliferare della sottocultura del consumo.

Il fanatismo economico oggi dilagante non mira al multiculturalismo e al politeismo dei valori e dei simboli: aspira invece al monoculturalismo del consumo e al monoteismo del mercato, ed è per questo che chiede agli islamici di cessare di essere tali (identificando senza riserve l’islam e il terrorismo) e ai cristiani di essere cristiani (aprendosi all’altro e abbandonando “superstizione” e “fanatismi”).

Basti anche solo pensare alle strategie pubblicitarie, che mostrano bambini con colore della pelle diversi e con differenti provenienze, tutti però vestiti con le medesime marche. Il plurale è sussunto sotto il singolare del mercato e dell’economia, del consumo e del valore di scambio. Sparisce la cultura, resta il vuoto nichilistico dell’economia e del mercato, ovviamente salutato ipocritamente come “laicità”, “progresso”, “rispetto delle alterità”.

Quella che voleva essere una forma di rispetto della cultura altrui, si è invece rivelata una doppia volgarissima offesa ai danni della cultura: un’offesa alla nostra cultura, ‘nascosta’ con il falso pretesto ‎del rispetto delle alterità; un’offesa alla cultura degli islamici e all’Iran in quanto tali, pateticamente concepiti come barbari incapaci di intendere e di accettare la cultura occidentale.