unioni civili 675

Negli ultimi tempi mi sono fatto un giudizio molto chiaro sul quotidiano La Repubblica: che è un giornale buono solo ad incartare il pesce.

Già, perché alle banalità e alle opinioni scontate ci aveva già abituati Libero, ma con la polemica sul disegno di legge sulle unioni civili l’ormai ex giornale di Scalfari ha davvero toccato il fondo. Difficile non accorgersi che ogni settimana Repubblica ci propone vere e proprie bufale che di giornalismo hanno ben poco. La prima pagina di ieri, poi, era tutto un programma: una grande foto di Papa Francesco era posta, al centro della pagina, accanto a un articolo nel quale si sosteneva che il Presidente della Repubblica sarebbe pronto a non firmare la legge per sospetta illegittimità costituzionale. “Pronte le modifiche”, titolava il pezzo. Pareva di leggere Avvenire.

Il casus belli è costituito questa volta sulla norma del ddl Cirinnà che parifica i diritti e i doveri dei partner registrati a quelli discendenti dal matrimonio. Poveri illusi, noi giuristi che da anni ci occupiamo del tema con fiumi di note, articoli, commentari e libri; poveri noi sprovveduti, che pensavano che l’unico nodo da sciogliere fosse quello della stepchild adoption!

No, ora secondo Repubblica a essere incostituzionale sarebbe l’intero pacchetto, dal momento che, scavando nei polverosissimi repertori della giurisprudenza costituzionale, questi acuti giornalisti hanno trovato, sommersa tra le carte, una vecchia sentenza del 2010 secondo la quale “I costituenti tennero presente la nozione di matrimonio che stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso.” “A pronunciare la frase”, ci informa meticolosamente il quotidiano, “non è stato un oscuro senatore. Ma la Corte costituzionale, nella sentenza emessa nell’aprile del 2010″.

Bella scoperta! Complimenti.

La sentenza n. 138 del 15 aprile 2010 l’abbiamo letta e riletta, scomposta e ricomposta, rivoltata da capo a piedi. Le abbiamo (e le hanno, docenti ben più autorevoli del sottoscritto come Raffaele TorinoBarbara Pezzini e Anna Lorenzetti) dedicato libri, note a sentenza, notti insonni e scarabocchi sul metrò di mattina presto, e se c’è una cosa che essa proprio non dice è che una legge sulle unioni civili non potrebbe assimilare tali unioni al matrimonio. A parte il fatto che questa via è obbligata, non esistendo altro istituto in grado di dare contenuto alla vita di coppia regolandone fisiologie e patologie (come ha ben affermato persino la Corte europea dei diritti umani nel caso Oliari il 21 luglio 2015), ma la Corte neppure avrebbe potuto fare un’affermazione del genere, se non altro perché la questione a lei sottoposta non era se la Costituzione vieti il matrimonio tra persone dello stesso sesso, bensì quella ben diversa del se la Costituzione imponga tale matrimonio. La Corte ha risposto a questa seconda domanda con un no, aggiungendo però che toccava al legislatore provvedere (era il 2010…) nelle forme che riteneva più adeguate, in nessun caso escluso il matrimonio.

La Corte dice: “Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio. È sufficiente l’esame, anche non esaustivo, delle legislazioni dei Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette per verificare la diversità delle scelte operate.” Paesi che, come sappiamo bene perché ormai ricoprono l’intera area continentale, riconoscono il matrimonio same-sex. Qui la lucida analisi di Francesco Bilotta.

Fa ridere poi il tono naif con cui Repubblica sostiene che i Costituenti non tennero presente il matrimonio gay. E come avrebbero potuto? Era il 1947. Certo, se interpretassimo le norme secondo gli schemi di chi le ha scritte, saremmo ancora fermi ai tempi di Hammurabi. E invece siamo nel 2016, e sarebbe bene che prima di pubblicare facilonerie del genere si passasse per la lettura di un manuale di interpretazione giuridica.

Che poi, a ben guardare, sarebbe ben strano che proprio il Presidente Mattarella, che certo non brilla per eccesso di presenze sulla scena pubblica, si rifiutasse di firmare una legge che nelle aule giudiziarie di mezza Europa e quasi ovunque nei Paesi a democrazia avanzata, è considerata non solo politicamente doverosa ma anche, e soprattutto, costituzionalmente necessaria. Sarebbe davvero paradossale, tanto paradossale che solo chi si affida alle bufale di Repubblica può crederci veramente.