In questi giorni  c’è stato grande allarme per la paura che la cultura patriarcale di altri paesi possa minacciare la libertà delle donne occidentali.  Temo che però in Italia non si sia tenuto d’occhio abbastanza il nostro patriarcato, che non è affatto morto (e se lo è, non lo abbiamo seppellito molto bene). In questi ultimi vent’anni  ha riguadagnato posizioni  con la strategia della bollitura della rana mentre noi galleggiavamo nelle  acque delle libertà e dei diritti conquistati  faticosamente. Uno di questi diritti, era quello di poter abortire con l’assistenza medica, gratuitamente e  senza crepare di aborto clandestino.

Oggi siamo tornate al punto di partenza.

Domenica scorsa, Presa Diretta si è occupata della reale situazione dell’applicazione della legge e dell’obiezione di coscienza che induce le donne a spostarsi fino a 800 chilometri per sottoporsi all’intervento  o a mettersi in coda fin dalle prime luci dell’alba, come avviene davanti al San Camillo, a Roma.   Laura Fiore, autrice di Abortire tra obiettori. Diario di una moderna inquisizione,  ha raccontato i maltrattamenti e l’abbandono  del personale sanitario che scarica  odio misogino sulle pazienti invece  di curarle adeguatamente come imporrebbe la deontologia professionale. L’aborto agita i fantasmi della cultura patriarcale: il terrore per il potere delle donne e l’odio che questo suscita. Un odio che le donne pagano a caro prezzo, soprattutto quando esercitano il potere di decidere per se stesse.

La legge 194 è stata svuotata lentamente ma progressivamente e tra le processioni  di croci, i rapporti miopi  della ministra Beatrice Lorenzin (smontati efficacemente da Marina Terragni)  e le benedizioni della Chiesa cattolica, l’obiezione è arrivata al 100% in alcune regioni italiane e in quelle che restano,  se non si cambierà rotta, ci arriverà presto.  Il primo ottobre dello scorso anno, Laiga si è appellata ai parlamentari e alle parlamentari, denunciando che in breve tempo non sarà più possibile praticare l’aborto perché i non obiettori andranno in pensione e i medici obiettori sono ormai la maggioranza. Non tanto per questioni di coscienza bensì opportunistiche: piaggeria e compiacenza nei confronti di primari che potrebbero compromettere  carriere e qualità del lavoro. I non obiettori finiscono per fare solo Ivg in condizioni di sovraccarico di lavoro perché sono pochi e, a volte, per sopperire alla carenza di personale si incaricano gettonisti con ulteriore esborso di denaro pubblico oppure si stipulano convenzioni (a spese della sanità) con cliniche private, dove gli obiettori sono in percentuali insignificanti.

Le giovani generazioni di donne (domandiamoci una buona volta qual’è la parte di responsabilità che ci spetta) non sono state toccate dal movimento e dalla cultura femminista e percepiscono il problema come qualcosa di strettamente privato invece che politico. Sono cresciute in una realtà dove i consultori sono stati  falcidiati e pensano di dover risolvere le cose da sole. Vanno all’estero oppure acquistano online farmaci abortivi: non è un caso che nei reparti di ostetricia gli aborti “spontanei” siano  in aumento da anni. La situazione è grave. Al momento Possibile ha elaborato una proposta di legge (firmata da Civati, Brignone, Maestri e Pastorino) per mettere un tetto all’obiezione di coscienza.

Staremo a vedere se questa proposta di legge otterrà l’appoggio in Parlamento o se sarà lasciata morire. Il ritorno dell’aborto clandestino, il rischio di salute per le donne non sono una priorità del governo Renzi (l’ennesima ignorata). La maggior parte dei mezzi di informazione non ha alcun interesse a denunciare questa emergenza e tutte quelle testate che hanno avuto un feminist attack dopo i fatti di Colonia in realtà malcelavano l’incazzatura per gli stranieri  che devono tenere giù le mani dalle “loro” donne. Tutto lì.  Di fatto hanno manifestato il pensiero di una fetta della società italiana che non ha alcun reale interesse per i diritti  delle donne. E’ quella parte popolata da sacerdotesse che predicano la sottomissione della donna, da affezionatissime bigotte dei family day o da integralisti che militano nelle sentinelle in piedi con i bambinoni che vogliono la mamma.

Una spiegazione delle radici culturali del perenne attacco alla libertà delle donne la possiamo leggere in queste poche ma incisive parole di Kamel Daoud, uno scrittore algerino, che intervistato sui fatti di Colonia spiega: “La donna è la posta in gioco, senza che lei lo voglia. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere”.

Daoud pensa che questa concezione sia propria solo del mondo arabo e qui si sbaglia. I rami delle differenti culture patriarcali  possono scontrarsi tra loro per qualche folata di vento ma si intrecciano nella profondità delle loro comuni radici.

@Nadiesdaa