Bisogna aspettare l’inizio dell’ultimo round, quando Creed, il film diretto da Ryan Coogler è già sul finire, per riassaporare l’impeto dell’inizio di una saga come quella di Rocky che sembra non avere mai fine. Gli ottoni di Bill Conti in Gonna Fly Now riecheggiano come un fuoco mai domo dopo una sequela di brani hip hop mescolati alla falsa pista compositiva classica di Ludwig Goransson. E Adonis Johnson, figlio di Apollo Creed, allenato da Rocky Stallone, proprio come Stallone nel ’76 inizia l’ultimo round contro il campione del mondo. Creed, infatti, è tutto un richiamo carsico, un andirivieni tra nostalgia canaglia e insufflate innovazioni di script per un franchise che ha attraversato quasi quattro decenni mostrando, paradossalmente, la corda. Tra le più recenti correnti gastronomiche si parla spesso di “falso risotto” per spiegare che quel piatto propone un riso che all’apparenza sembra tale, ma che infine non è.

Ecco, Creed è un “falso” Rocky. Un film che vorrebbe rifarsi continuamente al Rocky di John G. Avildsen ma in fondo cerca e chiede di essere valutato come qualcos’altro. Basti pensare alla traccia visiva del boxeur ipermoderno con fermo immagine e tabelle in sovraimpressione a ricordare ruolino di marcia, risultati degli incontri, ranking internazionale degli atleti, quasi fossimo in uno schema introduttivo di un videogame, per capire come Creed voglia allontanarsi, senza dirgli mai addio, al Rocky originale. Ancora un’altra carrellata per questo tira e molla: Rocky anziano che fa ripercorrere le tappe degli allenamenti ad Adonis  vuol dire fargli rifare gli stessi allenamenti del ’76, compresa la rincorsa della gallina. E ancora una tirata verso un nuovo orizzonte antropologico sociale: l’ultima corsa prima del match decisivo per Adonis è accompagnata da ragazzotti del quartiere che fanno le impennate con le moto da cross correndogli attorno (anzi ben dietro, segno che corre di brutto); mentre nel film Rocky (1976) la corsa e poi la scalinata di Philadelphia era riempita di bambini esultanti attorno al pugile italiano.

Va e viene. Ti guardo con devozione, ma faccio un altro film. Difficile per Coogler (Prossima fermata Fruitvale Station) e lo sceneggiatore Aaron Covington uscire da questo meccanismo ad elastico. Creed, sottotitolo Nato per combattere, è, sempre sulla falsariga dello sguardo rivolto al mito, anche nel ribaltamento ‘razziale’ dello schema alla base del primo Rocky: là il pugile bianco, lo stallone italiano che sfidava uno degli imperatori neri dei massimi; qui, oggi, la dinamica di rivalsa sociale come allora, anche se al contrario, dei pugili ‘caucasici’ sfidati e i ‘neri’ sfidanti, con la riattualizzazione del meccanismo drammaturgico della ‘legacy’, dell’eredità sportiva e ‘familiare’.

Il figlio mai riconosciuto da Apollo chiede a Rocky di fargli da trainer e da padre, di indicargli una strada di vita, perché quella vissuta da ragazzo gli è sembrata piuttosto fasulla. Tralasciando la scrittura di questo non riuscitissimo passaggio, in Creed probabilmente si prova a disegnare un reboot della saga che appunto traini i cascami delle passate gioie cinematografiche e le trascini verso una (ri)apertura del franchise. Il mondo della boxe, proprio nella messa in scena di questo film risulta qualcosa di più saturo cromaticamente, meccanico e meno empatico rispetto ad una naivité dei caratteri rappresentati nei classici capolavori sulla boxe come Toro Scatenato. Qui il protagonista Michael B. Jordan (nessuna parentela, ma molto pubblicità di indumenti sportivi con il campione dei Bulls) è una specie di automa, caratterialmente legnoso e imperscrutabile, che nulla a che fare con i suoi colleghi del passato. Infine Stallone. Non è mai stato un grande attore, forse in Copland, ma anche no. Qui l’operazione nostalgia, con tanto di malattia, è tanta. Fa quello che può, bofonchia, gigioneggia, ha spesso lo sguardo vuoto. È Rocky, insomma, e da quel personaggio non ci uscirà mai. Sempre che lo abbia mai ‘recitato’ per davvero…