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Apple ha accettato di pagare 318 milioni di euro al fisco italiano per definire un contenzioso inerente un’evasione fiscale contestata di circa 800 milioni di euro.

Tutti felici e contenti per aver punito l’evasore cattivo? Conserviamo un po’ di amaro in bocca perché si è raggiunto un accordo con i perfidi evasori di Cupertino invece di cospargerli di pece e farli sfilare per le strade italiche quale monito per i farabutti nostrani? Se riusciamo a mettere da parte la retorica antievasione (ma anche l’indignazione contro lo stato oppressore) che generalmente offuscano il giudizio quando si affrontano queste tematiche, potremmo analizzare la vicenda e trarne delle indicazioni utili su come l’innovazione tecnologica (sharing economy, commercio on line ecc. ecc.) potrebbe rivoluzionare, tra le altre cose, anche il rapporto tra stato e contribuenti.

Questa volta Apple aveva evidentemente torto (ed è probabilmente il motivo per cui ha acconsentito alla transazione): aveva venduto delle cose in italia, sostenendo che il corrispettivo guadagno fosse di competenza di società residenti in luoghi dove si pagano meno tasse. Parliamo di beni che non sono stati prodotti in italia, ma sono stati comunque venduti da soggetti stabilmente residenti in italia. Cosa succederà (in realtà sta già succedendo) quando anche i venditori potranno stabilmente risiedere fisicamente in un altro paese e i consumatori saranno sufficientemente evoluti da fare completamente i loro acquisti a distanza?

Se tizio risiede fisicamente in America, crea una bella app che gli italiani vogliono scaricare a pagamento potremmo contestargli di aver venduto qualcosa nel nostro paese? Se invece si trattasse di un bene fisico e tizio rimanesse sempre a casa sua in America, dove paga le tasse, e spedisse questi beni in italia, magari utilizzando un magazzino in Irlanda per comodità, potremmo ancora dire che ha venduto in italia e dunque è tenuto a pagare le tasse in questo paese?

E’ abbastanza evidente che il presente e il futuro sono caratterizzati sempre più da beni immateriali (app, film, videogiochi, software…) o da beni materiali ideati, progettati e assemblati in luoghi diversi da quelli in cui verranno poi venduti. A complicare la situazione, c’è sempre meno bisogno di un venditore fisicamente vicino all’acquirente finale. Come fa il paese dove risiede l’acquirente a tassare il venditore? E’ giusto che lo faccia? Può giuridicamente e praticamente sostenerlo? Se paghiamo le tasse nel paese in cui risiediamo a fronte dei benefici che riceviamo dallo Stato (in Italia molto modesti a fronte dell’elevato livello di imposizione) perché dovrebbe pagare qui le imposte chi risiede altrove e si limita a spedire merci che i residenti desiderano acquistare?

Al di là delle considerazioni teoriche ed etiche, i governi nazionali devono e dovranno fare sempre di più i conti sui limiti a quanto praticamente possono tassare i propri cittadini, limiti che in futuro potrebbero porsi ben al di sotto di quanto vorrebbero, come insegna la vicenda dalla Fatca. A fronte delle eccessive pretese da parte del governo americano in termini di imposizione fiscale sui propri cittadini residenti all’estero per molti è risultato più semplice rinunciare alla cittadinanza.

L’evasione per cui oggi la Apple è stata punita, domani potrebbe diventare, a fronte di mutate preferenze da parte dei consumatori e di tecnologie già oggi disponibili, non applicabilità del regime fiscale italiano: far finta che nulla stia cambiando e mettere la testa sotto la sabbia non porta molto lontano. Al contrario una politica razionale e lungimirante dovrebbe portare a ripensare il concetto di residenza, a individuare livelli di imposizione ragionevolmente accettabili dai potenziali contribuenti e modalità di calcolo e di esazione il più’ possibile semplificate.

Se non è (ancora) pensabile l’avvento di un mondo senza imposte, si fa strada sempre più concreta la prospettiva di un mercato globale dove c’è meno spazio per gli stati nazionali esosi e inefficienti dai quali i contribuenti più produttivi tendono a emigrare votando con i piedi e le cui normative intricate e vessatorie vengono sempre più di frequente aggirate o rese inapplicabili.

@massimofamularo