Datemi una corda e vi farò sorridere sulle atrocità della guerra. Arriva nelle sale italiane, grazie al distributore indipendente Teodora, Perfect Day. Il nuovo film dello spagnolo Fernando Leon de Aranoa, ambientato a metà anni novanta nel panorama desolato della guerra nei Balcani, inizia proprio da un’inquadratura che sembra la soggettiva di un morto, una profondità di campo all’inverso, lo spazio verso l’alto nel cielo osservato dall’interno buio di un pozzo. Il cadavere di un uomo è stato gettato laggiù per contaminare una delle poche fonti d’acqua disponibili tra i villaggi bosniaci distrutti dalla guerra. Mambrù (un eclettico e dinoccolato Benicio Del Toro) e l’interprete Damir (Fedja Stukan) lavorano per Across Borders, una fantomatica ONG umanitaria, e stanno provando ad issare il corpo fuori dal pozzo. Solo che la corda si sfilaccia spezzandosi, e in un attimo il cadavere cade nuovamente dentro l’acqua, dove continuerà a marcire e ad inquinare la falda. Iniziano qui le 24 ore di peripezie per il manipolo di cooperanti, a cui si aggiungono l’incontenibile americano B. (Tim Robbins), un’idealista e impaurita francese (Melanie Thierry), la disinibita ed esperta Katya (Olga Kurylenko). La ricerca di una nuova corda veicola il quintetto, poi sestetto con l’arrivo di un bambino a cui hanno “rubato” il pallone, in una rincorsa alla soluzione di un problema banale che, come sottolineava Variety, diventa “una metafora efficace per una situazione in cui violenza, caos e cinismo sembrano dominare in modo permanente, e ogni tentativo di ristabilire l’ordine produce inevitabilmente una lotta che ricorda il mito di Sisifo”.

Inutile cercare una corda in ogni dove, anche perché ad ogni angolo di strada (sterrata) si aprono, e non sembrano mai chiudersi, nuove questioni, problemi, scontri personali che sfiorano, senza gettarvisi, la tragedia. Infatti, se c’è una cifra stilistica immediatamente riconoscibile in Leon de Aranoa, è il garbo e la grazia con cui orchestra senso e dimensione dell’approccio metaforico, l’alto e il basso tra (accampate e latitanti) istituzioni e (devastata e silente) società, l’umorismo da screwball comedy tra i sessi. “Ho fatto un film su alcune situazioni che potrebbero accadere in qualunque guerra: non un film sulla guerra nei Balcani, ma un film su una qualsiasi guerra”, spiega a FQMagazine il regista già autore di un bellissimo film sugli effetti devastanti della disoccupazione come I lunedì al sole. “Non ci sono pistole, non ci sono sparatorie, ma humor per resistere al dramma. Questo gruppo di personaggi è come se fosse un gruppo di miei amici. In mezzo all’irrazionalità, alla torre di Babele dell’assurdo rappresentano per me il senso comune universale”.

Un po’ road movie e un po’ Mash, perfino qualche vicinanza tematica al No Man’s Land di Danis Tanovic, Perfect Day è un film dalla regia pulita, mai invadente, funzionale ad un racconto in cui parola, ingegno e sopravvivenza prevalgono su ogni svolazzo formale e si fanno approccio libero e convinto alla materia del disincanto. Una commedia politica raffinata e intelligente (non è una caso che la Teodora abbia distribuito nel 2013 To Be or Not to Be di Lubitsch 70 anni dopo?), mai sopra le righe, e nemmeno svaccata tra gag semplificate e banali. Svaccata, appunto. Perché davanti ai cadaveri di due poveri bovini piazzati in mezzo alle strade dissestate della Bosnia – ricostruita vicino Granada, in Spagna – , un segnale codificato per i cooperanti che significa mina sulla strada ma non si sa se a sinistra, a destra, o sotto l’animale ucciso, che il racconto si ferma un paio di volte tra le risate, per respirare e rilanciare la narrazione, mentre si sfiora la morte. “Il mio cinema non è mai realistico tout court. Cerco sempre di mostrare il mio punto di vista, la mia personale opinione sul tema toccato”, aggiunge l’autore spagnolo.

Sette milioni di euro di budget, tutti raggranellati con la propria casa di produzione utilizzata anche per ultimare il primo documentario su Podemos (“E’ una delle più grandi novità politiche di questo inizio secolo, nata quando non c’è più differenza tra socialisti e popolari spagnoli”), Leon de Aranoa disegna in Perfect Day un argine morale all’orrore profondo della tragedia, davanti al quale i cooperanti antieroi protagonisti non si coprono gli occhi, ma tergiversano quasi giocando per allontanare l’ombra del male, senza mollare mai la presa del senso ultimo dell’umanità. Riuscendo perfino a salvare un gruppo di disgraziate vittime da un’immediata esecuzione che da quelle parti si definiva “pulizia etnica”. E scusate se è poco.