Strage di San Bernardino: gli investigatori FBI al lavoro

L’ultima carneficina negli Stati Uniti, la strage di San Bernardino in California, pare sia stata ispirata dal Califfato. E’ questo l’ultimo anello di una catena che a poco a poco ci sta strangolando. Ormai è chiaro che il processo di radicalizzazione globale dello Stato Islamico ha assunto tutte le caratteristiche di un fronte ideologico anti-imperialista che usa il terrorismo quale sua arma principale. E dato che è la prima volta nella storia in cui un’ideologia globale come questa – simile insomma all’ondata marxista leninista del secolo scorso – usufruisce del volano di Internet e dei social media, è difficilissimo prevederne gli sviluppi o attingere alle esperienze del passato per debellarla.

Nel giro di poche settimane abbiamo assistito ad attacchi terroristi legati all’ideologia dell’Isis in varie parti del mondo: nel Mali, in Libano, in Francia ed adesso a San Bernardino, in California. Che cosa hanno in comune questi attentati? Chi li ha messi in cantiere e portati a termine erano tutti autodidatti. A differenza dei 19 dirottatori dell’11 settembre, selezionati, indottrinati e forgiati personalmente dall’allora capo di al Qaeda, Osama bin Laden, nessuno dei nuovi terroristi ha mai visto al Baghdadi. Esattamente come è avvenuto per i gruppi armati marxisti leninisti del ventunesimo secolo, gli jihadisti filo-Isis si radicalizzano da soli, attingendo al vastissimo materiale che c’è in rete, o con l’aiuto di qualche coetaneo in rete. Che significa? Che ormai ci troviamo di fronte ad un fenomeno ideologico che chiaramente non possiamo bombardare. Anche se, ipoteticamente, riuscissimo a stanare con le bombe tutti i guerrieri dello Stato Islamico e a far fuori al Baghdadi, l’ideologia che costoro hanno creato ed il loro messaggio universale in rete rimarrà.

In fondo è quanto è successo nel secolo scorso, tanto che alla fine la soluzione è stata il contenimento del comunismo attraverso la guerra fredda. Vale la pena di tenere presente questa analogia nei prossimi mesi se, come è molto probabile, assisteremo ad altri attacchi terroristi simili a quelli sopra descritti.

A prima vista è anche possibile tracciare un parallelo tra il ruolo di diffusione che Internet riveste nella globalizzazione dell’ideologia dell’Isis e la cosidetta ‘contro-cultura’ degli anni del dopoguerra, di cui si nutrivano i gruppi armati dell’estrema sinistra europea. Le idee circolano, sempre. Come infatti è impossibile bombardare un’ideologia è ridicolo pensare che le si possa mettere un bavaglio.

La rete però è infinitamente più potente del passaparola. In rete ognuno di noi ha una ‘vita virtuale’, può interagire in tempo reale con il mondo nella privacy della propria casa. Pattugliare la Rete è impossibile, questo lo sanno anche i bambini, quindi possiamo dire che questo tipo di interazione virtuale è potenzialmente top secret. E infatti secondo l’FBI la ventisettenne Tashfeen Malik, moglie e complice di Syed Rizwan Farook nella carneficina di San Bernardino, aveva dichiarato sul suo profilo Facebook di aver aderito all’ideologia dello Stato Islamico, senza che questa affermazione producesse alcuna conseguenza.

Senza voler andare troppo in là nel tempo, l’ideatore e artefice della strage del 2011 in Norvegia durante un raduno della , Workers Union League, Andres Behring Breivik, aveva non solo acquistato gran parte delle armi in rete ma aveva espresso più volte le sue idee razziste e violente su Internet. Anche in quel caso la scoperta della pista cibernetica è avvenuta dopo la carneficina.

Che un’organizzazione come Anonymous possa debellare l’ideologia anti-imperialista dello Stato Islamico, come alcuni hanno sostenuto recentemente, è anche poco probabile. Nessuno, neppure Anonymous, è in grado di controllare il web e così facendo decapitare un’ideologia ormai globalizzata.

Ci troviamo, dunque, di fronte ad un fenomeno nuovo per una serie di motivi, primo fra tutti i cambiamenti tecnologici ai quali abbiamo assistito negli ultimi quindici anni e la rinascita di ideologie globali che si presentano come alternative anti-imperialiste al modello consumista e capitalista occidentale. Ma questa volta l’arma strategica non è la bomba atomica, ma la Rete. Chi fino ad ora è stato in grado di usarla a proprio vantaggio è il Califfato.

Va da solo che dobbiamo prepararci per altri attacchi, tutti potenzialmente delle carneficine perché strutturati come una guerriglia urbana, con armi d’assalto contro gruppi di civili, attacchi che nessuno può prevedere dove e quando avverranno. Certo alla luce di questa analisi è ben chiaro che bombardare Raqqa non serve a nulla, anzi nel lungo periodo potrebbe rivelarsi controproducente anche per i politici guerrafondai. Cosa diranno all’elettorato tra un anno di fronte all’ennesimo attacco terrorista ispirato dall’ideologia dell’Isis?

L’unica via è quella diplomatica, ma per percorrerla bisogna mettere in ordine le alleanze e le tensioni in casa nostra, iniziare dall’Ucraina e piano piano arrivare anche alla Siria. Succedera? Staremo a vedere.