Presidio all'Istituto Garofani di Rozzano con Matteo Salvini e Mariastella Gelmini

Tra i tanti danni che causano i terroristi, quegli squilibrati che usando il linguaggio dell’Islam (come a Parigi) o il un nichilismo tutto europeo (Anders Breivik in Norvegia), c’è quello di esasperare le nostre ambiguità. Di far vacillare proprio quelle certezze, quei valori che in momenti di aggressione esterna o interna proclamiamo di voler difendere. Anche a prezzo della vita.

L’ultimo esempio è quello del presepe di Rozzano, vicino Milano. L’opinionista collettivo, da bar o da social network, da giorni discute se sia giusto o no cancellare le celebrazioni del Natale da una scuola elementare. Rispetto per le diverse fedi dei bambini e delle famiglie o pericolosa deriva relativista?

Subito la destra italiana, quella che rivendica con orgoglio scarsa sensibilità di fronte ai profughi congelati alle frontiere e ai bambini siriani affogati in mare, quella che difende i metodi dell’autocrate Vladimir Putin, quella che candida gli assassini, perché sparare a un ladro per ucciderlo deve essere un diritto costituzionale, ecco, quella destra lì si è precipitata a Rozzano con presepi e cd musicali. 

Parentesi: ci sono tanti sacerdoti che faticosamente cercano di spiegare che il Natale cristiano non è l’albero, il presepe, Babbo Natale e i regali, che cantare Tu scendi dalle stelle è un modo di dimostrare partecipazione a un evento che per chi crede è l’inizio della storia della salvezza. Le canzoni e le statuine non sono il Natale, ma solo una sua manifestazione esteriore, superficiale, irrilevante. Non capirlo significa indulgere all’idolatria cosa che, stando alla Bibbia, è un peccato piuttosto serio. Chiusa parentesi.

Poi ci sono i fatti: nella sua lettera ufficiale il preside Marco Parma spiega che “l’unico diniego che ho opposto riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell’intervallo mensa per insegnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna”. Due mamme invadenti respinte. E’ scontro di civiltà o buon senso?

In questo clima di ipersensibilità dopo la strage di Parigi è facile vedere fronti della guerra di civiltà ovunque, è un messaggio politicamente semplice quello di nascondere dietro un’azione difensiva – “proteggiamo il nostro Natale” – una propensione violenta, offensiva, di aggressione contro “quelli che ci vogliono togliere anche il Natale”. Quelli, cioè loro, i musulmani, gli arabi, i terroristi, l’Isis, non fa differenza. Quelli. E allora difendiamo il presepe, perché se cade quello, in un attimo ci troviamo nell’Eurabia partorita dal delirio di Oriana Fallaci.

Scambiare i valori dell’Occidente con le sue manifestazioni esteriori, però, non è tipico solo della destra più becera alla Matteo Salvini. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi quando si è affermata la cupa espressione della “generazione Bataclan”. Il sottinteso prevalente è che il Bataclan, cioè una sala concerti, riassume l’Europa di oggi: ragazzi di tutti i Paesi, che vogliono divertirsi, con spensieratezza. E che per questo diventano un bersaglio del nichilismo terrorista. Questa sintesi, però, porta a identificare i valori dell’Occidente con un mero edonismo di superficie, la libertà con la libertà di andare in discoteca, il superamento dei nazionalismi con l’uniformità consumistica e così via.

Parlare di “generazione Bataclan”, in fondo, implica abbracciare il punto di vista dei terroristi, che non vedono un Occidente ricco di valori ma molliccio, superficiale, che pensa soltanto a svagarsi mentre in altre parti del mondo si consumano drammi e lotte cruente. La “generazione Erasmus” era quella che traduceva l’Europa in studio, cosmopolitismo, amicizie, nell’inglese lingua franca. La “generazione Bataclan” si declina invece in una birra dopo l’altra.

I capi di governo non sono da meno: François Hollande ha colto l’occasione della strage per rivendicare flessibilità di bilancio con l’Unione europea, subito si è accodato anche Matteo Renzi per l’Italia, in Francia (ma anche in Belgio) sono partiti arresti dimostrativi, sono state sospese garanzie democratiche. In Italia, dopo una prima sana calma, si è passati ad annunci di intercettazioni sulle Playstation e chissà cos’altro. Per contrastare chi vuole distruggere il nostro stile di vita – che è la democrazia, l’habeas corpus, i diritti civili e non soltanto il calendario Pirelli, l’alcol libero e le droghe tollerate – scegliamo di picconarlo da soli. Inoculare virus serve a vaccinarsi contro le malattie. Ma non sempre le metafore biologiche funzionano in politica.

L’Occidente non è il presepe o Tu scendi dalle stelle, non è il Bataclan, non è la rinuncia alla libertà personale in nome della sicurezza. Siamo meglio di così. E’ ora di ricordarlo a noi stessi. E di dimostrarlo.