Zelda La Grange è stata la persona professionalmente più vicina a Mandela, sua assistente personale dal 1994 fino alla sua morte. Appena ventitreenne ha iniziato a lavorare per Madiba. Averla scelta nel suo staff all’inizio del suo mandato è stato un segnale importante verso la riconciliazione: una giovane ragazza bianca afrikaners al fianco dell’uomo che è stato perseguitato per il colore della sua pelle. Ho avuto il piacere di incontrare Zelda La Grange non lontano da Pretoria. Questa donna, oggi 44enne,ci ha accolto con molto calore, ricordando di quanto ama l’Italia e di quando si è persa per Roma. Il suo libro “good morning Mr. President” è già stato pubblicato in 13 paesi del mondo (in Italia è uscito per Piemme editore).

Un suo libro su Mandela sembra quasi una cosa scontata…
Invece non è così, anzi, il contrario. La mia assistente di oggi ogni tanto mi diceva “ti ricordi di quando Mandela ha fatto questo, o detto quello…o di quel giorno….” Ed io non ricordavo. In quei momenti prendevo atto di aver vissuto la mia vita a fianco a Mandela in modo frenetico e molti ricordi li stavo perdendo ecco perché ho accolto positivamente la proposta di raccontare la mia vita a fianco a Madiba.

Lei ha gestito per anni l’agenda privata di Mandela, quanto è stato difficile il suo lavoro?
Molto difficile perché Madiba spesso agiva fuori dal protocollo. Quando era in visita da qualche parte non se ne andava mai senza aver salutato tutti, aver stretto mani ad ogni individuo mentre io avevo il ruolo di “cattiva” che lo portava sempre via per fagli rispettare lo scheduling. Avevo anche il compito di filtrare le persone che volevano avvicinarsi a lui cercando di capire le reali intenzioni, come può immaginare gli opportunisti sono ovunque.

Come ricorda il giorno del suo colloquio e l’incontro con Nelson Mandela?
Non ho ovviamente fatto il colloquio con lui ma con la sua segretaria di allora: stavano cercando una dattilografa soprattutto. Mi fu esposto subito quanto sarebbe stato impegnativo quel lavoro per una ragazza di appena 23 anni senza molta esperienza pregressa, ma accettai. La prima volta che ho incontrato il Presidente è stato per portargli dei documenti, era circondato dalle guardie del corpo, rimasi subito colpita dal suo sorriso, dalla gentilezza che traspariva dai suoi occhi. Io ero una giovane ragazza e non sapevo niente di lui, avevo sentito il suo nome solo nel 1990 quando fu liberato ma non sapevo niente del suo trascorso anche perché “grazie” al colore della mia pelle sono vissuta in un isola felice sotto la propaganda apartheid dei bianchi e non era consentito il privilegio di porsi domande. Quella era la realtà delle cose. Aver ottenuto questo lavoro mi ha aperto gli occhi. Sempre da ragazza quale ero pensavo che la risposta più ovvia a quello che aveva vissuto Mandela fosse la rabbia ed invece Madiba si comportò in maniera opposta. Rimasi sorpresa la prima volta che parlai con lui perché realizzai che capiva la mia lingua, l’Afrikaans, perché l’aveva studiata in carcere: aveva studiato la lingua dei suoi carcerieri perché voleva dialogare con lui, già questo la diceva lunga.

Avrà assistito a molti incontri istituzionali, capi di stato, premier, premi Nobel. Lei che conosceva bene Mandela, chi apprezzava veramente? Immagino che molte persone erano più interessate alla foto con lui che ad altro…
Sì, certamente. In generale lui apprezzava in modo particolare le persone che al di là del proprio lavoro facevano qualcosa per gli altri, per esempio era un grande estimatore dell’ex Presidente Clinton con il quale aveva lavorato in differenti occasioni, come le campagne anti AIDS.

Quanto stressante era la sua vita? Immagino avesse poco spazio per la vita privata.
Era un tipo di lavoro che ti assorbiva completamente, magari c’erano persone che avrebbero potuto fare il lavoro meglio di me ma io ho scelto la devozione totale al mio lavoro sacrificando la mia vita privata, ero giovane, non ero sposata, era un lavoro stressante e sempre sotto pressione che mi dava molta adrenalina ed ero diventata dipendente da questa sensazione tanto è che mi spingevo a lavorare sempre di più.

Lei è stata segretaria dal 1994 al 1998 quando Mandela è stato presidente, poi Madiba ha lasciato la politica attiva ma ha continuato a lavorare per lui, è cambiato qualcosa nel suo lavoro?
Quando era Presidente il mio lavoro era difficile perché dovevo coordinare la sua agenda incastrandola con tutti i dicasteri. Dopo il ritiro dalla politica il lavoro è diventato ancora più complesso, ricordo che il 1999 è stato un anno davvero duro perché tutto il mondo pensava che essendo Mandela in “pensione” avesse molto tempo libero ma se milioni di persone la pensano così, come può immaginare, ci si ritrova sommersi di attenzioni.

Aveva una giornata tipo?
Di solito si iniziava alle 7/7.30 con lo staff meeting fino all’ora di pranzo, poi al pomeriggio Madiba era sempre impegnato con visite o incontri ufficiali e cosi anche per la cena però nel mondo succedeva sempre qualcosa. Io cercavo poi di bilanciare sempre gli impegni tenendo presente che era pur sempre una persona di più di ottant’anni e che quindi aveva anche necessità di riposarsi.

Qual è il suo ricordo più bello legato a Mandela?
Beh, forse il più emozionante è stato l’ultimo. Era l’11 luglio 2013 quando andai a trovarlo in ospedale ed i medici mi dissero che stava male ed era sotto l’uso di farmaci quindi non completamente cosciente. Entrai nella stanza e lui dormiva. Mi avvicinai, lo chiamai e lui aprì gli occhi e mi fece un gran sorriso, ecco, quel momento lo porterò sempre nel mio cuore.

Mandela era pur sempre il suo capo, ha mai avuto conflitti o scontri con lui?
Beh certamente. In generale io cercavo sempre di proteggerlo dal mondo esterno lui invece sempre molto aperto con chiunque e questo è stato spesso motivo di scontro.

Se le chiedessi la migliore e la peggiore qualità di Mandela?
La migliore era il rispetto che nutriva per gli altri, non importava chi avesse davanti, che fosse un capo di stato o l’ultima persona di questo pianeta non faceva differenza, era molto curioso quindi non giudicava mai a priori, voleva capire e conoscere prima. La parte più difficile (se così possiamo definirla) era la sua testardaggine, praticamente impossibile distoglierlo da ciò che aveva in mente.

Il Sudafrica ora più che mai avrebbe bisogno di un altro Nelson Mandela?
Non esisterà mai più un altro Mandela, scordiamocelo. Il Paese ha bisogno di persone devote, dobbiamo smettere di pensare che qualcuno possa cambiare qualcosa per noi, il cambiamento deve farlo ognuno di noi. Trovo inaccettabile, dopo ventuno anni di democrazia, ascoltare discorsi razzisti di diciottenni sudafricani che non hanno vissuto l’apartheid e trovo stupido chi vuole cavalcare queste onde emotive che danneggiano solo il futuro del Sudafrica.